American Sniper, Clint Eastwood (recensione in anteprima)

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Storia vera di Chris Kyle, il cecchino più letale di tutta la Storia militare degli Stati Uniti d’America, che per più di quattro anni ha fatto la spola tra casa sua e il fronte iracheno (siamo nella Seconda Guerra del Golfo, non nella prima). Film di un’America che finge di psicanalizzare se stessa, ma che finisce con il giustificarsi e l’autocompiacersi alla luce del solito trittico «Dio, Patria, Famiglia». La biografia di un uomo semplice, in un Paese che ancora sembra aver bisogno di eroi (di guerra). Niente di nuovo, niente di rilevante.

La vicenda di Chris Kyle (che non conoscevo prima di imbattermi in questo film) mi ha ricordato molto quella di Orgoglio della nazione, il film di Eli Roth che viene proiettato in Bastardi senza gloria nel cinema in cui vengono uccisi tutti quei nazisti. La storia è quella di un soldato, di un cecchino della Us Navy SEAL per l’esattezza, che ha combattuto in Iraq dopo l’undici settembre e ha all’attivo centinaia di nemici uccisi; certo, Chris non è considerato un assassino comune, bensì un difensore della patria, perché il suo ruolo consiste nel coprire le spalle dei suoi colleghi Marines mentre operano indifesi e in balia degli eventi sul territorio nel raggio d’azione del suo fucile.

E’ un ragazzone Chris (e Bradley Cooper è davvero impressionante per come ha conciato il suo corpo), non certo un luminare da CERN di Ginevra, ma un facilone di buon cuore, uno a cui il padre, da piccolo, ha detto che esistono «tre tipi di persone: il predatore, la preda e il protettore», e Chris si è sentito subito protettore (nulla a che vedere con il mondo della prostituzione, sia chiaro). Ben presto, in guerra, verrà soprannominato ‘Leggenda’ dai suoi, mentre le milizie irachene lo chiameranno ‘Al-Shaitan’, il Diavolo. Ma il punto vero è che quando il nostro omaccione torna a casa, non riesce a lasciarsi la guerra alle spalle e questo lo porta ad essere sempre sul punto di rovinare la sua vita e quella dei suoi familiari.

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La guerra sul campo, la guerra che non ti lascia mai solo anche quando è finita, la famiglia che resta a casa ad aspettare, gli amici che ti muoiono tra le braccia. Tutto presente in questo American Sniper, che ha però il grosso problema di essere un film di guerra che non riesce ad avere un punto di vista particolare sugli eventi che  ci racconta. C’è dentro tutto e il contrario di tutto (cinematograficamente parlando) nella guerra di Chris Kyle: c’è un po’ di Full Metal Jacket, c’è un po’ de Il cacciatore, c’è Il nemico alle porte  c’è La sottile linea rossa e c’è One Shot One Kill. Ci sono anche il più recente Hurt Locker e il classico Nato il quattro luglio (per le scene pre-conflitto). Peccato che l’accennare un po’ a tutto riveli la mancanza di uno scarto, di un’aggiunta rispetto a quello che è già stato detto sulla guerra nel cinema statunitense.

Certo, voi direte, quella di Kyle è una storia vera, è la storia di un vero eroe americano e del suo dramma personale. Ma la verità è che questo non basta e che, tra l’altro, non è neanche così tanto approfondita la questione psicologica di Chris. Spesso nel cinema si tratta di scegliere cosa far vedere e cosa no, e qui la scelta è completamente sbagliata perché, ancora una volta, per far vedere tutto, non si fa vedere niente. E quindi, dopo un abbondante quarto d’ora di addestramento e sconfinata giovinezza, conosciamo una bellissima quanto insopportabile Taya (Sienna Miller) che nel giro di tre secondi netti è sull’altare e nei successivi due, quando Kyle parte per l’Iraq, è incinta.

E poi ci sono le missioni -ridotte a mero videogioco con i cattivi tutti uguali che cadono come mosche- che si susseguono l’una con l’altra: campo-base, fronte, piccole storie tra commilitoni, morti, ritorno a casa (alcuni vivi, altri dentro una bara avvolta con la bandiera degli USA). Tutto fino all’ultimo ritorno, con gli annessi irreparabili danni che ormai hanno compromesso la stabilità emotiva di Chris. Ma a questo punto sono passate già più di due ore e Clint Eastwood sembra essersi rotto le scatole perfino più di noi, tanto è vero che chiude d’improvviso con una frase in campo nero e una serie di fotografie e video di repertorio che accompagnano i titoli di coda. Ma, dico, l’unica cosa interessante che succede ce la scrivi invece di farcela vedere? Roba da matti.

Comunque, Bradley Cooper è bravo (anche se la parte non è delle più difficili, a parte i venti chili di massa di cui si è dovuto caricare) e Sienna Miller è perfetta nella parte, anche se il suo personaggio è davvero pessimo e svela un’America da primi del Novecento quanto a considerazione della donna (ma questa non è certo colpa del film). Tutto il resto del cast è poco più di una comparsa. Certamente un film che andava studiato e realizzato meglio.

Giancarlo Mazzetti (@GCMazzetti)

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