C’è del Marcio in Danimarca

Chi crede che il titolo sia altisonante, che scomodare il Bardo per un post di opinione su Potato Pie Bad Business sia in fin dei conti troppo, può star tranquillo. Le parole del sospetto di Marcello, il virus del tradimento che si insinua nelle menti delle guardie di Re Claudio, è salvo. Non sarà tanto più ridicolo l’utilizzo di questo verso qui, sulle pagine di questo blog, di quanto non ne sia fatto uso nella cinematografia, l’unico vero ambito che riesce a svuotare il significato anche dei versi dell’immortale Poeta. Eppure, c’è ancora chi crede – come il sottoscritto – che certi passi ‘salvifici‘ della letteratura internazionale possano essere utilizzati per esprimere dei concetti per i quali le parole a nostra disposizione oggi non bastano più.

Ed è proprio ad uno di questi che mi riferisco citando Marcello – Amleto, Atto I, Scena IV – quando parlo di ‘Marcio in Danimarca’.

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Se l’ampio campionario di metafore utilizzate per descrivere una situazione catastrofica è già stato snocciolato, da qualche parte bisognerà pur prendere le parole per comunicare il proprio dissenso. Che cosa posso dire quando vedo un comico, ormai da lungo tempo bandito dalle reti pubbliche della televisione, annunciare che “Il virus si sta diffondendo, loro [i politici tradizionali, N.d.R.] sono morti e noi ci ritroveremo in Parlamento”? Sentirlo pronunciare queste parole in occasione di una manifestazione chiamata il ‘Vaffanculo Day‘ e accorgermi che di fatto questo tipo arzillo che con la politica ha poco a che fare ha effettivamente mosso i primi passi verso la struttura organizzativa del nostro Paese, piazzando alle elezioni amministrative un sindaco a Parma, la città italiana ‘in cui si vive meglio’ e sapere che questo è soltanto l’inizio mi mette i brividi.

Dunque i fatti sono questi. In Emilia hanno votato un sindaco il cui movimento politico di appartenenza predica l’uscita dall’Euro e annuncia la rivoluzione sociale. Il leader di questo movimento, di cui non dirò il nome perché lo conoscete tutti, ha più volte detto che non ricoprirà alcuna carica di potere nel caso – sciagurato – in cui il suo partito possa entrare in parlamento per governare l’Italia: egli ha solamente utilizzato la sua notorietà per dare voce ai propri seguaci. Certo, bisogna ammettere che le alternative sono quanto di più scoraggiante potessimo immaginare: all’estero definiscono la nostra situazione addirittura una ‘diarrea politica‘ e tra loro i politici si guardano terrorizzati perché non sanno come porre un’alternativa all’attuale governo, che non è stato legittimamente eletto e conduce il paese ad una inattività politica collettiva che non si vedeva dai tempi del referendum post bellico. Io mi guardo intorno e mi chiedo: ma come siamo arrivati a questo? Come ci siamo finiti in questa situazione ridicola? Ma soprattutto, perché sono costretto ad ascoltare un ciarlatano e vederlo addirittura entrare di diritto nella classe politica dirigente del mio paese? C’è del marcio in Danimarca.

Sicché mi prendo la domenica sera di metà maggio per seguire una partita di pallone, perché dico: ‘almeno qui sono in zona franca‘. Juve Napoli è sempre Juve Napoli. Una buona, sana dose di competizione campanilistica che mi consentirà di tornare, con la mente, a quanto di più vicino ci sia alla sincera cultura popolare che questo paese ha prodotto in 150 anni di storia ‘unitaria‘. Poi vedo Arisa, la cantante, che impugna il microfono, piccola e sperduta in mezzo all’arena olimpica dell’italico onore sportivo e inizia a intonare le note dell’inno nazionale. E giù fischi. Eppure, all’inizio, il mio sdegno non si occupa dei fischi indirizzati al simbolo canoro della nostra nazione. Sono infuriato con quelli che hanno lasciato che il mio inno venisse cantato – all’interno di uno stadio – da una ragazzetta che non mi permetto di giudicare in qualità di artista della cultura popolare, ma mi riservo il diritto di considerarla quantomeno inadatta al ruolo che le hanno riservato questa sera, una sera di domenica pomeriggio, a maggio. Dunque penso: ‘Grillo in Parlamento ed Arisa che canta l’inno alla cerimonia di insediamento‘ e lo penso una sera di domenica pomeriggio. Qualcosa non va. Spazio e tempo si confondono. E ancora mi chiedo come ci siamo arrivati a tutto questo, di quanto ancora è capace il nostro sadico autolesionismo? Poi mentre guardo la partita penso a quelli che hanno fischiato l’inno, penso a quelli che sono accorsi allo Stadio Olimpico a seguire la finale di Coppa Italia: dunque, ci sono gli juventini che probabilmente sono tutti i napoletani presenti, perché si sa, la Juve ha più tifosi sparsi per il paese di quanti ne abbia nell’intera città di Torino; poi ci sono i napoletani, che sono probabilmente tutti i torinesi di seconda e terza generazione che stanno a Torino, figli di una emigrazione massiva dovuta al boom economico degli anni ’60 – quello che il Presidente della Repubblica ricordava al comico di cui sopra quando quest’ultimo aveva utilizzato lo stesso termine per definire la ‘vittoria‘ al primo turno amministrativo, qualche settimana fa. Dunque, i napoletani tifano Juve, i torinesi Napoli, Arisa canta l’inno e Schifani consegna la Coppa Italia mentre Grillo entra in amministrazioni politiche locali. Ma come ci siamo arrivati a questo? E perché mai? C’è qualcosa di Marcio in Danimarca.

Quando Silvio Berlusconi pronunciò le famose parole ‘L’italia è il paese che amo, qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti‘ non pensavo che gli orizzonti fossero questi. Per non essere frainteso specificherò che non mi aspettavo nulla dal mitico nanetto – se non fosse altro perché al tempo giocavo a pallone al parco e dei politici me ne importava un fico secco – e che non lo ritengo responsabile della situazione attuale – anche se una mano ce l’ha data – ma mi chiedo quale fosse l’orizzonte che si prefiggeva di avere, perché questo è più l’orizzonte del baratro della nostra personale autostima. C’è del Marcio in Danimarca.

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