Dean Moriarty: Lo Spaccone

HUCK FINN HA COMPIUTO TRENT’ANNI. 

<<Beat non significa stanco o abbattuto quanto piuttosto beato nel senso della parola italiana: essere in uno stato di beatitudine, come san Francesco, cercando di amare tutte le forme di vita, cercando di essere assolutamente sinceri con tutti, praticando la tolleranza, la gentilezza, coltivando la gioia nel cuore. Come si può fare una cosa del genere nel nostro pazzo mondo moderno di molteplicità e milioni? Praticando un po’ di solitudine, svignandosela da soli ogni tanto per far provvista del tesoro più prezioso che esista: le vibrazioni della sincerità. Essere incazzati non è essere Beat.>>

Com’è possibile che mi sia venuta in mente questa frase, scritta da Jack Kerouac nel suo articolo del 1958 intitolato “Agnello, non leone” (pubblicato nell’uscita della collana “I Meridiani”, edita da Mondadori, dedicata allo scrittore di Lowell, Massachusetts), guardando Paul Newman ubriacarsi ne “Lo Spaccone”?

C’è una scena, una scena in particolare in cui Fast Eddie, Newman, spiega alla fidanzata Sarah come si sente quando gioca a biliardo, quando si trova ad aver la fortuna di giocare la partita perfetta. Al di là dell’orribile e incomprensibile accento dell’Ohio di Newman, quella scena fa venire i brividi.

Immagine anteprima YouTube

<<I just had to show those creeps and those punks what the game is like when it’s great, when it’s really great.>> dice Fast Eddie alla sua fidanzata, riferendosi alla partita persa contro il leggendario Minnesota Fats, una partita dalla quale si sarebbe potuto comodamente ritirare da vincitore, ma che ha invece scelto di continuare, giusto per far vedere che poteva farlo.

Il punto cui il campione di biliardo vuole arrivare è che ogni cosa può essere grande ed eccezionale.

 Ogni cosa fatta con la passione e la competenza di un campione è un miracolo: <<Bricklaying can be great>> così prosegue <<If a guy knows, if he knows what he’s doing and why and if he can make it come off.  When i’m going, when i’m really going, i feel like a, well, like a jockey must feel sitting on his horse, with all that speed and power underneath… he’s got everything working for him, timing, touch.>>

In pochissimo tempo Fast Eddie Felson ci spiega come prende forma un capolavoro, spiega quel breve istante in cui interi millenni di lavoro interiore trovano finalmente una via di uscita e sgorgano liberamente, scatenando forze che per quanto grandi, non riescono mai a disarcionare chi le sta in quel momento dominando. <<The pool cue has got nerves in it. It’s a piece of wood, with nerves>>. Non solo, dunque, incorporare il proprio mestiere e farlo diventare parte di se stessi, ma diventare parti integranti di quel gioco che si sta giocando. Dare vita alla stecca, significa vivere nella stecca, con la stecca, per la stecca, la stecca diviene il Cristo della lturgia cristiana, qualcosa di sacro a cui ci si dà completamente.

Queste sono le vibrazioni della sincerità di cui parlava Kerouac nell’articolo citato: sentire il proprio corpo muoversi in perfetta simbiosi con gli strumenti che sta utilizzando, sentirsi completamente immersi nel gioco, in ogni gioco, senza nemmeno pensare a quisquilie come la sconfitta o la vittoria. Sconfitta e vittoria non danno e non tolgono niente alla partita perfetta, se quella partita è davvero perfetta. Dell’eventuale sconfitta o dell’eventuale vittoria non deve preoccuparsi chi ha giocato, a preoccuparsene sarà quella categoria umana che nella scala evolutiva si trova un gradino appena sopra alle scimmie: i giornalisti.

Non potrò mai fare a meno di guardare questo monologo di Newman associandolo alle descrizioni di Dean Morarty alla guida che Kerouac ci ha regalato in Sulla Strada. I deliri di Dean Moriarty in Sulla Strada: <<Ora, Sal, ci stiamo lasciando tutto alle spalle per entrare in una nuova e sconosciuta fase della vita. Gli anni e i guai e le baldorie… e adesso questo… di modo che possiamo tranquillamente non pensare a nient’altro e andare avanti con la faccia protesa, così, vedi, e capire il mondo come, seriamente e sinceramente parlando, nessun altro americano ha fatto prima di noi…>>.

Immagine anteprima YouTube

Dean Moriarty alla guida, in Sulla Strada, è un essere semidivino. Un santo barbone, Huck Finn che ha compiuto trent’anni, con tutte le caratteristiche che un buon Huck Finn deve possedere: un padre alcolizzato e dissoluto che Dean rivede in ogni reietto d’America, una sincerità di fondo nei confronti della vita, delle sue complicazioni, dei suoi continui giri intorno a se stessa, la capacità di prendere una strada senza pensare eccessivamente alle conseguenze del gesto che sta compiendo, la capacità di non vedere nulla all’infuori di quello che effettivamente vede in quel momento, il più sacro tra i momenti, sacro perché sta accadendo ora, ed ogni cosa che sta accadendo ora è sacra. Per dirla con le parole di Allen Ginsberg, altro protagonista della stagione Beat: “Everyday’s in eternity, Everyman is an angel”. Kerouac descrive così Neal Cassady (il vero nome del Dean letterario), un angelo che vive nell’eternità di ogni singolo momento, che riesce a catturare, non solo coi suoi occhi, ma con l’intera sua fisionomia  protesa sempre in avanti, una specie di razzo umano mandato in avanscoperta, testa d’ariete di un particolare tipo di santi che non sono santi nella rinuncia, ma sono santi nella loro incontinenza, persone il cui misticismo non si muove a partire da una dichiarazione di umiltà, ma da una forte presa di posizione nei confronti della vita. Una visione illuminata che ci viene presentata come se fosse un bicchiere da cui il liquido continua incessantemente a traboccare, senza mai esaurirsi. Una visione forte, tracotante, spesso e volentieri ingenua, che non ha paura di essere chiamata “ingenua”. Le cose che riescono meglio sono proprio quelle cose fatte con un’ingenuità di fondo, azioni di cui non ci si deve domandare nulla, mentre le si sta compiendo, perché si sa tutto ciò che c’è da sapere, perché si ha la convinzione di essere una cosa sola con quelle azioni. Proprio come Fast Eddie che gioca a biliardo. Un nuovo battesimo in cui non si dice “rinuncio”, ma “abbraccio”, “accolgo”, “affermo”, “voglio”, con la noncuranza di chi non sa cosa farsene delle sconfitte e delle vittorie, di chi a cose del genere non ha mai neanche pensato.

Nicola Gospel Quaggia

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Connect with Facebook

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>