Dice: – I Giants vincono il campionato. Don DeLillo.

Rotoli di carta igienica che si disfano liricamente come stelle filanti.

Giants Scorecard 1951

Giant Scorecard del 1951.

Io una cosa su Underworld non la posso scrivere. Banalmente perché ho letto solo le prime tot pagine. Una mia personale perversione per gli incipit, che a livello razionale so falsi e menzogneri, va sempre tenuta a mente leggendo tutto quello che precede e che seguirà. Se non mi piaci, caro incipit: ciao. Puoi essere Nicholas Sparks o Dostoevskij, non m’importa, non leggerò come vai avanti. Ochei, se sei Fedor magari ci provo, ma quasi sicuramente, lo so già, non arriverò alla fine, al massimo farò finta di averti letto. Al massimo ti metterò nella categoria di libri che prima o poi nella vita leggerò veramente. Categoria di tutto rispetto, comunque, non si discute.

Dicono alcuni che un classico è una cosa gigantesca (tante volte, anche fisicamente, un mattone), una cosa gigantesca che si rilegge. Se è un buon classico, assume un senso, una luce diversa ad ogni rilettura, per una serie di fattori – che vanno dall’età al numero di birre – che non starò ad elencare. E allora? Allora:

“Parla la tua lingua, l’americano, e c’è una luce nel suo sguardo che è una mezza speranza.”

Ti viene un tuffo al cuore. Come minimo, solo la prima frase l’ho letta tre volte, giuro, sorridendo di stupore. Non ho pensato a quanto fosse bravo, a quanto fosse ben costruita la frase, come potesse essere profonda. Ho visto una finestra un po’ sporca da cui entra una luce tiepida e arancione da cinque del pomeriggio a primavera e ci galleggiavo dentro, punto. Una di quelle cose che non ci credi che il meccanismo che l’ha innescata inizi e finisca in un essere umano.
Insomma, ti ritrovi con una prima scena che sembra la descrizione di una battaglia campale, o di una gara di atletica, o di una rapina in banca. Sono solo ragazzi, ragazzi che saltano le trincee dei tornelli dello stadio cercando di non farsi beccare, urlano: “I volti dei ragazzi sono maschere urlanti, occhi stretti e bocche di gomma”. Una corsa a ostacoli, gonfia di temerarietà giovanile e muscoli in corsa, figure veloci e sconclusionate che si scontrano tra di loro, cadono (come mosche), vanno a sbattere contro pali, sbarre, altri corpi ammassati, scuri controllori troppo grossi o troppo lenti e troppo stupidi.
Ed è solo la scossa iniziale. Segue uno dei prologhi più stupefacenti che io abbia mai letto. Un lungo, mai noioso, complesso, mai confusionario, piano-sequenza su uno stadio brulicante di formiche. Ogni formica dipinta in accenni di vita che la rendono individuale e tremendamente umana. Uno stadio visto a ritmo di inspiri ed espiri su una folla di Esseri Umani e apnee veloci sulla partita di baseball. Incantevole è una parola orribile, ma è incantevole davvero, nel senso dell’incanto, della sospensione ebete in cui ti scaraventa. Stai lì e guardi una moltitudine incalcolabile, perché a un certo punto ti perdi, non ti ricordi più quante persone hai visto in quella carrellata. Ti ricordi di Frank Sinatra, del ragazzino, sai che hai visto il commentatore, certo, ma un quadro preciso, davvero, non ce l’hai. Frank Sinatra, Jackie Gleason, J. Edgar Hoover, Bobby Thomson, te li puoi ricordare i nomi, o puoi dimenticarli, fatti tuoi. Io sono appena andata a riguardarli.

J. Edgar Hoover con bulldog.

Ti rimane la sensazione, ti rimangono i gesti, i lanci di noccioline, forse l’impressione di un naso, un tratto del carattere di qualcuno. Tra la pioggia lenta e scomposta dei fogli di carta ti rimarrà magari la pagina con il dipinto fiammingo di Bruegel. Te lo ricordi perché il titolo del prologo è lì davanti a te e pensi che, magari, voglia dire qualcosa. Appunti il quadro in una zona del cervello, perché sei un essere umano, come Edgar, e non riesci a distogliere lo sguardo da quella parata di “morti che sono venuti e prendere i vivi”. Perché se il direttore dell’FBI ci vede la bomba atomica letterale, tu ci vedi la tua bomba atomica, e il terrore è ipnotico.
Insomma, nelle pause, sì, ti soffermi, ti concentri. Quando il tempo si ferma, DeLillo ingrandisce l’immagine, la mette a fuoco, ti fa entrare in quel microcosmo, ti ci getta dentro senza bisogno di scuse. Poi, via lo zoom, cambio scena e te ne sei già dimenticato. Più di tutto ti resta la sensazione di un vociare continuo, ronzante, e sopra i megafoni e i colori e la carta e la spazzatura che vola e le urla. L’esplosione del fuoricampo ti si abbatte sul petto in tutta la sua maestosità. C’è da dire che io di baseball non capisco davvero un cazzo. Mi intendo di persone, però, almeno un po’, e di scrittore ne ho incontrato qualcuno, di prologhi come “Il trionfo della morte” mai.

Sofia De Matteis

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