Exodus – Dei e Re, Ridley Scott

Exodus

Dignitoso kolossal biblico firmato Ridley Scott, capace di salvare il salvabile all’interno di un filone datato, rognoso, poco malleabile. Christian Bale è un tormentato Mosè, Joel Edgerton l’ottuso Ramses. Il Principe d’Egitto guida l’esodo del popolo ebraico dopo l’arcinoto vortice di agnizioni e profezie, pur manifestando una certa insofferenza verso un Dio fin troppo collerico e antisportivo. Sorvolando sulle numerose sacche di bruttezza (l’addio a Bithia e Miriam, il viceré con gli occhioni, i patemi di Sephora) è la bidimensionalità dei personaggi, protagonista escluso, a costituire un problema. Eppure la mano di chi sa gestire grossi budget si vede, le piaghe sono uno spettacolo ed esiste anche una flebile linea comica. Troppo poco, comunque, per piacere al pubblico di oggi: stiamo dando Bambi a gente cresciuta con Shrek, e non può funzionare. Nemmeno con quella frase sulla Palestina buttata lì a casaccio.

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L’obsoleto Noah di Darren Aronofsky sembrava aver sancito la fine del kolossal biblico, genere ad alto rischio in cui cesure e innovazioni sono armi a doppio taglio, lo sbadiglio è una certezza, il ridicolo è sempre in agguato e spesso viene evocato coscientemente (vedi gli angeli di pietra). La buona notizia è che il signor Ridley Scott sa trasformare la moneta sonante in spettacolo come nessun altro: Exodus – Dei e Re è un prodotto blando ma solido, visivamente perfetto e con un cast all’altezza, aspetti che rendono l’impietoso 28% di Rotten Tomatoes francamente eccessivo. La sensazione è che le Scritture, dopo due millenni di onorato servizio, siano poco adatte a un pubblico pagante avido di sfumature e zone d’ombra.

C’è poca tenerezza tra i fratellastri più famosi d’Egitto: Mosè e Ramses ci vengono presentati in età adulta, scongiurando la complicità infantile del cartoon Dreamworks. Allo stesso tempo perde importanza il personaggio di Nefertari, che ne I Dieci Comandamenti di De Mille costituiva il primo focolaio di tensione tra i due, ma il figlio legittimo di Sethi è comunque irrequieto: Mosè è un generale più carismatico di Tom Berenger, è venerato dalle truppe ed è il preferito di papà. Durante la guerra con gli ittiti gli salva addirittura la vita, il che mette in pericolo la sua successione al trono per una fastidiosa profezia. Lui mastica nervosamente datteri come fossero gomme alla nicotina, succhia chele di king crab davanti al rivale senza neanche concedergli un salatino, ma in cuor suo sa chi è il maschio alfa. A questo punto due delatori ebrei, reduci dalla stamberga di Nun, gli confidano che Mosè di nome fa Moshe: Ramses lo esilia e pregusta il mausoleo che lo consegnerà alla memoria dei posteri, anche se sappiamo tutti come andrà a finire.

Ridley Scott ce la mette tutta per dare un taglio moderno alla vicenda: Mosè passa dall’altra parte della barricata come guerrigliero e terrorista, addestrando la sua Armata Brancaleone e dando fuoco ai raccolti degli egizi. Eppure Dio non è contento: “Tutto qui quello che sai fare?”- dice il messaggero sotto forma di bambino impertinente- “Tu torna pure a pascolare le capre dei madianiti, che al faraone ci penso io”. Ed ecco le piaghe, il momento in cui è lecito mettere da parte lo spirito critico e bearsi delle gioie del 3D. Eppure, mentre ridiamo di un esasperato Ramses che si gratta le pustole e impicca sacerdotesse, affiora un dubbio: il disegno divino è troppo cruento? Come può l’Altissimo darsi alla tattica del fastidio, del gioco sporco, dell’uccisione dei primogeniti? Mancano solo l’iprite e la bomba atomica. Lo stesso Mosè è contrariato, si scontra più volte col suo aguzzino e si preoccupa financo degli effetti che la migrazione del suo popolo potrà avere sul territorio di Canaan. Chiave di lettura interessante ma sterile, coraggiosa ma appena abbozzata: vogliamo davvero fare dell’antisionismo in un film sull’Esodo? No, tant’è che non lo stiamo facendo. E infatti tra Mosè e il moccioso finisce con due pacche sulle spalle e un brindisi ai Dieci Comandamenti.

Il cast è nutrito e fa il suo mestiere, anche se di personaggi memorabili se ne vedono pochini. Il borsino: bene Christian Bale col suo Mosè virile ma dilaniato dai dubbi. Joel Edgerton bravo ma prigioniero del suo Ramses monocorde (del resto la Bibbia recita più volte: “Ma il Signore rese ostinato il cuore del faraone”. Ecco, il suo cuore è decisamente ostinato). Sacrificabili i quasi camei di John Turturro e Sigourney Weaver. María Valverde (Melissa P.!) è una splendida e insopportabile Sephora. Ben Kingsley ha il ruolo che sarebbe stato di Morgan Freeman senza quel problemino di ordine cromatico.
La speranza è che Exodus – Dei e re sia l’ultimo della sua stirpe, ma poteva davvero andare peggio: citofonare Aronofsky.

Graziano Biglia (@graziano_biglia)

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