Fernando Torres, genesi di una passione

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La mia passione per Fernando Torres nasce dall’innamoramento per una ragazza spagnola, Macarena, che mi chiese se sapevo chi fosse. Su di lei mi aveva anticipato un mio amico, Federico, che avevo conosciuto in Inghilterra a Ramsgate, uno di quei brutti paesini sul mare nei quali vanno gli adolescenti in estate per imparare l’inglese. Federico doveva tornare a Milano una settimana prima di me e temeva l’arrivo di un gruppo di ragazzi di Valenza, dal tasso tamarro elevatissimo, ma in fondo bonaccioni. <<Questi valenzani fanno un po’ troppo gli splendidi. Mi raccomando, Emi, curamela.>> Federico era del tutto ignaro del fatto che i sentimenti che provavo per la mora Macarena erano gli stessi che provava lui. In realtà, Macarena non filava di striscio la compagnia di Valenza e, una volta partito Federico, mi si appiccicò. Passai una settimana indimenticabile e terribile, di vero struggimento, in tensione costante tra il desiderio di baciarla e lo spettro del tradimento nei confronti dell’amico. Maca era davvero eccezionale, bellissima, simpatica, con una marea di interessi, ed era tifosissima dell’Atletico Madrid. Una sera le chiesi se era innamorata di Federico e lei mi rispose che l’unico ragazzo che amava si chiamava Fernando Torres. Io rimasi piuttosto sorpreso, era la prima volta che, nel dialogo con una ragazza, non fossi io ad introdurre la questione “calcio”. <<Do you know Fernando Torres?>> Le dissi che Torres lo conoscevo perchè il Milan stava per acquistarlo due anni prima ma poi preferì comprare Kakà. A dire il vero, non lo avevo mai visto giocare, il Torres, perchè all’epoca l’Atletico era una squadra che navigava a malapena a metà classifica e guardare la Liga spagnola mi annoiava terribilmente. Alla fine, con Macarena non ci fu nient’altro che un fugace bacio d’addio. Mi congedai da lei con un melodrammatico ‘I won’t forget you’, non ti dimenticherò. Fece una smorfia strana. Il giorno dopo, durante il viaggio di ritorno, mi tormentai, perchè mi resi conto del fatto che probabilmente aveva capito ‘I want forget you’, ovvero voglio dimenticarti.

Una volta tornato a Milano, nell’illusione di tenere vivo una sorta di contatto virtuale con Macarena, mi buttai a capofitto sulla Liga spagnola e sull’Atletico Madrid. Cominciai a guardare quasi tutte le partite dei colchoneros. Ovviamente, i miei occhi erano puntati soprattutto su Fernando Torres, l’unica persona al mondo in grado di conquistare il cuore di Maca. Correva la stagione calcistica 2005-2006 e l’Atletico Madrid era Fernando Torres detto “El Nino” di Fuenlabrada, comune della comunità autonoma madrilena, anni ventuno, perdutamente innamorato della maglia e dei suoi tifosi, e indubbiamente ricambiato. Quella stagione consacrò definitivamente Torres tra i top player mondiali, ed “El Nino” fu l’uomo di punta della spedizione spagnola ai Mondiali in Germania, eliminata però agli ottavi dalla Francia finalista. L’anno successivo, Torres si confermò e venne acclamato dalla stampa come uno dei centravanti spagnoli più forti di sempre. Nel 2007, il Liverpool acquista Torres dall’Atletico per 26 milioni e mezzo di sterline, decisamente ben spesi. “El Nino” fa letteralmente impazzire di gioia i tifosi della Kop, segna sempre. E fa quasi sempre gol bellissimi. Rimane Red per tre anni e mezzo, nei quali colleziona un centinaio di presenze e mette a segno la bellezza di 65 reti. Paradossalmente, Torres nel Liverpool non vince niente. E’ il fuoriclasse di una squadra di onesti, buoni giocatori, mai eccelsi. Nel periodo migliore della sua carriera, tra i 23 e i 26 anni, nel suo palmares c’è soltanto l’Europeo vinto con la Spagna, deciso tra l’altro da un suo gol nella finale contro la Germania. Dopo una serie di infortuni nella prima parte del 2010, che gli impediscono di essere protagonista nel Mondiale vinto dalla Spagna in Sudafrica, parte col botto nella stagione successiva, segnando 11 volte in meno di tre mesi. Nel gennaio del 2011, il Chelsea di Roman Abramovich lo acquista per il corrispettivo di 58 milioni e mezzo di euro, il trasferimento più costoso nella storia del calcio inglese. E smette di segnare. Nei sei mesi da gennaio a giugno, va in rete una volta sola, contro il West Ham, in 18 partite. Sembra palese che il blocco sia dovuto esclusivamente allo shock per aver abbandonato la maglia del Liverpool ed i tifosi che lo adoravano. E invece no. Dal 2011 al 2014, lo score di Torres è di 19 gol in 92 partite. Una miseria. La stampa che lo acclamava si fionda contro di lui, lui entra in un circolo vizioso, più cerca il gol e più sbaglia clamorosamente. Non è soltanto la pochezza di reti il vero problema, ma il fatto che sembra di vedere il fratello scarso del Torres di Liverpool: lento, impreciso, svogliato. Il termine che viene maggiormente utilizzato è quello di “paracarro”. Il destino è beffardo e nel Chelsea il palmares si arricchisce: una Champions League, un Europa League e una Coppa D’Inghilterra. La vera stranezza, però, è che 2 dei 19 gol siano decisivi: uno nella semifinale di ritorno di Champions contro il Barcellona, l’altro nella finale di Europa League contro il Benfica. Nel 2012, inoltre, si riconferma campione d’Europa con la Spagna, in una Nazionale che ha come uomini chiave Xavi, Iniesta, Fabregas, Pedro, Xabi Alonso. Lui serve più che altro a raggiungere il numero minimo di 23 calciatori necessari da convocare per una manifestazione come l’Europeo.

Per il sottoscritto, Fernando Torres è stato il centravanti più forte e completo degli Anni Duemila. Potente, veloce, tecnico. Un numero 9 fisico, che sa essere soffice come un numero 10, quando è necessario. Non è un caso che il giocatore che lo abbia fatto avvicinare al calcio e ad innamorarsi del mestiere del centravanti si chiamasse Marco Van Basten. Quando era all’Atletico, dichiarò che non avrebbe mai abbandonato i Colchoneros per trasferirsi in un’altra squadra spagnola e che le uniche due squadre europee per le quali avrebbe potuto sacrificare il suo amore per la maglia sarebbero state il Liverpool e il Milan. La prima per la Kop: lascio l’Atletico soltanto per la tifoseria più calda, appassionata, commovente che possa esistere. La seconda per Van Basten, appunto: lascio l’Atletico soltanto per il club in cui ha militato colui che avrei voluto essere.

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Eppure, non sono puramente calcistiche le ragioni per cui Fernando Torres non è un calciatore come gli altri. Si può cominciare dal suo soprannome, “El Nino”, il bambino, all’apparenza non troppo originale, dovuto al fatto di essersi affacciato dall’Atletico Madrid nel calcio spagnolo da giovanissimo, a diciassette anni. E malgrado l’avanzamento dell’età, Fernando Torres è rimasto e rimarrà sempre “El Nino”. Per i tratti somatici gentili, innanzitutto, che lo fanno sembrare un adolescente anche a 30 anni. Il suo volto non sembra quello di un calciatore, ma piuttosto quello di un cantante di una boy-band americana, oppure quello di un protagonista belloccio di uncollege movie della DisneyPer il fatto che i feticci della sua adolescenza se li sia voluti tatuare sulle braccia: sul sinistro, il suo nome in tengwar, la lingua che viene parlata dagli Elfi ne ‘Il Signore Degli Anelli’, il libro del cuore della sua infanzia; sul destro, la data del suo primo bacio, con la sua prima fidanzata Olalla, rimasta la donna della sua vita e diventata moglie e madre dei suoi bambini.

Durante questi anni, ho seguito il calcio e ho sempre tifato per Fernando Torres. Conversando con gli amici, mi si illuminano gli occhi e mi sorge un sorriso spontaneo, inevitabile, quando parliamo della sua carriera, delle sue prodezze e della sua caduta. E’ passato nella Storia degli orrori del calcio un suo errore con il Chelsea a porta vuota, dopo aver superato il portiere, con il pallone finito a un paio di metri di distanza dallo specchio. Riguardandolo, mi rendo conto che davvero chiunque avrebbe calciato in rete, anche i miei nonni, anche il compagno di classe delle elementari più scarso e brocco che si possa trovare. Mi piace pensare che sia stato l’errore romantico di un ribelle buono, di un calciatore che è stato meraviglioso e non ha vinto niente, o quasi, e che, invece, ha cominciato a vincere tutto quando, strapagato, è stato il peggiore in campo.

Durante questi anni, ho avuto modo di dimenticare in fretta la vicenda di Macarena e Federico e di innamorarmi di una ragazza almeno un altro paio di volte per poi dimenticarmene nuovamente. La mia passione per “El Nino” è sempre rimasta intatta, sullo sfondo, sia quando dopo aver segnato correva verso la Kop a braccia aperte e si buttava sull’erba, sia quando veniva fischiato a Stamford Bridge dopo gli errori a porta vuota. Ora, a 30 anni, Fernando Torres approda al Milan, sperando di chiudere il periodo più buio della sua carriera e di tornare lo strepitoso centravanti di Madrid e di Liverpool. Cercherò di evitare la banalità secondo cui il Milan in crisi potrebbe essere il luogo ideale per rilanciarsi, senza illudersi ovviamente che possa tornare quello di un tempo. Voglio illudermi. Se dovesse essere così, significherebbe che saremmo davvero di fronte alla trama di un libro fantasy, o alla sceneggiatura di un film della Disney, quelli nei quali niente è impossibile ed i buoni vincono perchè loro sono i romantici, perchè loro sono gli eroi. Se non dovesse essere così, per quanto mi riguarda, saremmo comunque di fronte ad un lieto fine.

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