GLi anni ’90 sulle panchine italiane ci salveranno (forse)

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È da qualche anno che la Serie A non è più “il campionato che illumina il calcio europeo”. Più che altro lo rabbuia: se provate a guardare le rassegne di calcio europeo sulla BBC, oppure i report settimanali del Guardian, la Serie A è quella che riserva meno emozioni. È proprio un fatto visivo, si passa da uno stadio gremito a Nottingham ad uno brutto e vuoto a Torino o a Reggio Emilia, da un gol all’ultimo di Welbeck a una partita falsata allo Juventus Stadium. In Italia abbiamo innumerevoli problemi: dagli impianti obsoleti, alle organizzazioni societarie di stampo famigliare, dalla cattiva gestione del patrimonio dei vivai calcistici all’elezione istituzionale di individui di dubbia competenza (quel Tavecchio che si inventa nomi africani e li accosta alle banane, per poi utilizzare il termine pedigree per designare il curriculum di un giocatore, e non di un cane), le piccole squadre, che dovrebbero rappresentare il fronte rivoluzionario, sono invece conservatrici incallite, pronte a non-cambiare nemmeno una virgola di quello che oggi è l’environment football italiano. Sky ha provato a farci una trasmissione, una lunga inchiesta intitolata Codice Rosso: lo Stato del Calcio; è risultata scadente anche questa, quasi per proprietà commutativa con l’argomento di cui si occupa.

Ma fino alla metà degli anni 2000 (probabilmente fino a Calciopoli), il calcio italiano era il punto di riferimento indiscusso in Europa e nel mondo, perché i più grandi giocatori venivano da noi per suggellare una carriera scintillante. Ora vengono a svernare. Da una ascesa iniziata verso la fine degli anni 80, con la Juve di Platini che dominava il modo e l’avvento di Arrigo Sacchi, si era giunti fino ai 2000 passando tra alti e bassi, ma mai perdendo quello stato di Auctoritas che ci contraddistingueva. Ora che mancano i soldi, le idee e i giocatori, il calcio italiano si sente stanco. C’è qualcosa però che ci lega ancora a quell’epoca: molte panchine d’Italia sono occupate da giocatori reduci di quegli anni ’80-’90-’00. Non certo giocatori decisivi per l’epoca che hanno vissuto, ma sicuramente testimoni dello spirito del lavoro che al tempo aveva portato tanta fortuna al nostro calcio.

Forse è da loro che i nostro calcio dovrebbe ripartire. Per avere la certezza che la competenza sia temine di valutazione oggettivo, bisogna rivolgersi a professionisti competenti. Gli allenatori qui menzionati sono cresciuti in un calcio in cui si dovevano gestire di prima mano tutti quei problemi per cui oggi le società si sono strutturate. Quando Iachini e Pioli calcavano i campi di calcio non c’era il Team Manager (figura inventata da Galliani e Berlusconi e affidata a Ramaccioni agli inizi degli anni novanta), non c’erano le commissioni di sicurezza e i giocatori parlavano direttamente coi tifosi, il loro era un lavoro ed essi, prima di essere personaggi pubblici erano giocatori di calcio. Studiare tattiche, raffinare tecniche, era il lavoro che facevano ogni giorno che scendevano in campo ad allenarsi.

In Serie A oggi abbiamo 9 allenatori che hanno giocato più o meno nello stesso periodo degli ann ’90 in carriera:

Eugenio Corini
Massimiliano Allegri
Vincenzo Montella
Eusebio Di Francesco
Stefano Pioli
Roberto Donadoni
Siniša Mihajlović
Giuseppe Iachini
Pierpaolo Bisoli
Antonio Conte (la scorsa stagione con la Juve)

Sono quasi la metà degli allenatori di Serie A, si conoscono tutti molto bene, hanno giocato contro e insieme (Montella e Di Francesco), hanno avuto la stessa generazione di mentori che li ha educati e sono stati protagonisti in un era in cui sia in campo che sugli spalti il calcio italiano era protagonista in Europa. Hanno visto andare e venire grandi campioni e hanno assistito al cambiamento epocale che negli anni ’90 ha portato il calcio ad essere una macchina industriale, e non più il pastime più praticato al mondo.

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In questo elenco di veterani dell’età grunge del calcio abbiamo personalità diverse e modi di vedere il calcio diametralmente opposti (Montella/Allegri), allenatori dal temperamento focoso (Iachini, Bisoli) e raffinati strateghi della tattica (Mihajlovic, Donadoni). Gli anni ’90 si sono contraddistinti, nel calcio, per una ossessiva ricerca del pressing. È da quell’epoca che deriva la nostra proverbiale abilità nel distruggere il gioco avversario avvalendosi di una difesa rocciosa e di punti di riferimento – davanti – che davano sfogo alla manovra. Oggi il calcio nostrano è profondamente cambiato, ha adottato il falso nueve, ha dato molta importanza al centrocampo anche come strumento di attacco e dal Milan di Ancelotti in poi ha fatto del possesso palla un’arma di stile.

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Probabilmente per questo motivo negli ultimi due o tre anni siamo tornati al centravanti di ruolo (con un poco di sfortuna in molti casi) che ha riportato il vettore del gioco verso un punto di riferimento avanzato: la Juve di Conte e Allegri con LLorente, il Milan di Allegri con Balotelli, Il Sassuolo di Di Francesco con Zaza, il Palermo di Iachini di Dybala, la Samp di Sinisa con Gabbiadini. In altri casi invece l’influenza del moderno possesso palla e della mancanza di punti di riferimento ha portato a modificare la mentalità a molti tecnici: la Fiorentina di Montella (anche se costretta dalla defezione di Mario Gomez) gioca con i tre funamboli, il Parma di Donadoni (quando non schiera Belfodil) adotta soluzioni duttili, il Chievo di Corini (che alterna Paloschi e Maxi Lopez) punta molto su Hetemaj e Birsa come armi finali.

Negli anni ’90 ci hanno insegnato che il calcio non è uno scherzo, non un gioco banale in cui c’è chi vince e chi perde, e alla fine della partita tutto torna come prima. Per contro però, i giocatori e gli addetti ai lavori che oggi costituiscono il mondo del calcio sono invece cresciuti in un contesto in cui lo star system ha modificato il modo di rapportarsi a questa professione. Ed ecco che essere giocatori di calcio vuol dire anche essere un personaggio di domino pubblico: ed ecco che si ritorna al sistema in cui prima arriva la fama poi la responsabilità.

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