Il baseball milanese e i 50 anni del Kennedy

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L’amore per il Baseball come sport non è mai sbocciato in me, anche se vengo da una tradizione famigliare molto legata al “pastime” preferito d’oltreoceano. L’ho sempre considerato più un gioco che uno sport, soprattutto dopo che andai a vedere una partita tra Tampa Bay e Boston Red Sox allo storico Fenway Park: durò tre ore, non si poteva fumare, ma in compenso il bar ti vendeva qualsiasi schifezza rimpinzata di cibo grasso e immangiabile. L’odore di pelle fresca dei guantoni e quel morbido-duro della pallina da baseball hanno fato parte della mia infanzia e si sono spinti anche un po’ oltre, nell’adolescenza. Mio padre e mio zio sono stati pietre miliari del baseball meneghino degli anni ’80 e ’90 (non senza cercare di convincermi che i valori sportivi del Baseball potevano essere una valida alternativa a quelli corrotti che in quegli anni pervadevano il mondo del calcio, la disciplina che mi aveva appassionato fin da subito). Per questo motivo parlo di baseball.

A Milano c’è ancora il Milano Baseball 1946, che oggi si chiama Milano United dopo aver stretto accordi di franchigia con la squadra di Senago. Sì, Senago ha una squadra di baseball. Le divise dello United sono universalmente riconosciute come le più belle del campionato. Lo United gioca in serie A (che però è come se fosse la serie B del Baseball, dato che qualche anno fa la Federazione Italiana Baseball Softball ha deciso di lanciare l’IBL – Italian Baseball League – che è diventato il principale campionato nostrano).
A Milano c’è ancora il campo sportivo J.F. Kennedy, costruito in pieno boom economico, quando in città si girava con la Topolino e la Vespa, i palazzi venivano costruiti velocemente, l’economia era spinta dalla ripresa, l’UPIM veleggiava e l’Olivetti era all’avanguardia nella costruzione di macchine da scrivere e primi calcolatori. Inaugurato il 28 agosto del 1964 oggi è semi-diroccato. Però festeggia quest’anno i suoi 50 anni.

Tra le memorie che ho di quegli anni da bambino passati a gironzolare per il campo da baseball con Luigi Re, Ivan Guerci, Paolo Braga, Elia Pagnoni e appunto mio padre e mio zio, c’è sicuramente quella del campo sportivo Kennedy in cui al tempo giocava ancora il Milano Baseball, che è anche la prima squadra di baseball d’Italia, fondata nel 1946. Dico “al tempo” perché oggi, a seguito di distruttive diatribe tra le istituzioni e le associazioni che lo hanno avuto in gestione, il Milano è costretto a giocare a Senago. Dico “costretto” perché la squadra è forzata a stare lontano dal campo su cui ha giocato nell’ultimo mezzo secolo e che ha visto grandi trionfi nazionali ed europei.

Certo, il baseball in Italia non è uno sport seguito con assiduità da un pubblico ampio, ma ha i suoi affezionati che molte altre realtà sportive si sognano di avere. Gente che è rimasta legata non soltanto allo sport, ma anche al club, proprio perché le strutture del Milano Baseball, tramandando di generazione in generazione la tradizione e le conoscenze, rappresentano una grande famiglia allargata. Nomi come, Max Ott, Gigi Cameroni, Doriano Donabella ed Emilio Lepetit non sono solamente “sassi illustri”, pezzi di storia che rimangono negli annali per i posteri: rappresentano la famiglia del baseball made in Italy. Elia Pagnoni, nel suo libro Milano, 50 anni di baseball (che oggi ha più di 10 anni, poi ne è stato pubblicato un altro per i 60) riporta alla luce della memoria quello che avvenne 50 anni fa nel momento dell’inaugurazione del campo:

“Il 1964 […] lascia in eredità al baseball milanese un grosso regalo, quel campo Kennedy sognato a lungo e finalmente inaugurato il 29 agosto con la gara d’apertura dei campionati europei organizzati a Milano: Italia-Svezia 19-1.”

E poi le parole di Franco Imbastaro sulla prima pagina della Gazzetta dell’indomani:

“Oltre quattromila spettatori ad assistere alla prima partita dei campionati europei e per l’inaugurazione del campo Kennedy alla periferia di Milano. Una cifra insperata che ha meravigliato tutti.”

Presenti alla cerimonia l’ambasciatore degli Stati Uniti Frederick Reinhardt, il sindaco di Milano Bucalossi, il console generale Crain e il Magnifico Rettore dell’Università Statale prof. Cattabeni. I loro corrispettivi odierni non penso sappiano nemmeno, oggi, dell’esistenza del Kennedy. Sarebbe bello che si riunissero nella giornata dei festeggiamenti, che è stata fissata per il 5 ottobre al campo in questione, ma sarà difficile avere anche solamente una risposta alla richiesta.

Dopo 50 anni il Kennedy è ancora lì, fiero ma trascurato. È passato per le mani di diverse organizzazioni che, per quello che ci è dato sapere e senza polemica, hanno disposto della struttura a proprio piacimento: il tennis, il calcetto e altro che con il Baseball non ha nulla a che fare. Negli anni si è cercato di rimettere a norma gli impianti per dare alla prima squadra e alle giovanili un luogo dove praticare il gioco. Sembra sia impossibile però riuscire a rendere praticabile un centro importante. Sono migliaia i giovani che potrebbero utilizzarlo; senza contare il coinvolgimento delle rispettive famiglie. È inutile spiegarlo: è chiaro a tutti quanto possa essere preziosa una struttura del genere. Recentemente il governo ha sbloccato un emendamento che renderà nuovamente utilizzabili le strutture militari in eccesso: diverse caserme e edifici che non vengono più usati. Davanti al Kennedy c’è quello che rimane del vecchio ospedale militare di via Forze Armate, che verrà probabilmente riqualificato prima che il Kennedy possa vedere la luce del risorgimento. Nei prati del ex-glorioso campo da baseball di Milano ora prospera una scuola tennis, che non ha, come detto sopra, nulla a che fare con la cultura del Baseball.

Il buon vecchio Kennedy fu inaugurato l’anno seguente l’assassinio del presidente americano, nel 1964. Il governo americano aveva deciso di costruire e inaugurare lo stadio nuovo, in una città che da poco aveva appena visto alcune delle vittorie più epiche della storia del calcio: Nereo Rocco ed Helenio Herrera facevano manbassa di successi in Italia e in Europa. Eppure il baseball, che aveva una squadra ufficiale a Milano da appena circa 20 anni, era ben seguito. Quell’aura di gioco che pervade l’atto agonistico del Baseball è sì qualcosa che non ci appartiene per tradizione, perché siamo italiani e mediterranei e ci piace il calcio, ma è vissuta e sopravvissuta a Milano proprio perché è nata in quegli anni ’40 del dopoquerra ed ha seguito la ricostruzione e la crescita. Lo sport gentile, quello che si gioca con le divise che sono anche molto belle da vedere, era il prefetto passatempo anche per una famiglia di media borghesia italiana dell’epoca.

Stadio Kennedy

Il Kennedy ai tempi d’oro del pubblico partecipante.

Dalle stanze del consiglio di amministrazione del Milano Baseball (sempre che ci siano state stanze vere e proprie) sono passate tante realtà e per citarne alcune – per rendere l’idea – basta nominare l’Europhon negli anni ’60 (durante i 10 anni di sponsorizzazione il Milano vince ben otto scudetti; l’Europhon fu una storica azienda chiusa nel 1991 che produceva apparecchi radiofonici e giradischi), l’Edilfonte nei ’70 (tutt’ora attiva, ha uno di quei siti web che hanno l’intro, con la dicitura skip intro e c’è anche della musica di sottofondo che non si può fermare; Edilfonte oggi è un’impresa edile quotata in borsa), Silvio Berlusconi, per il quale non servono presentazioni.

Oggi il Milano Baseball ha stretto franchigia di alleanza con il Senago Baseball. Si è giunti a questo punto passando per diversi stadi. A metà anni 2000 si era provato a lanciare il baseball come business sportivo insieme a un professore dellaColumbia University: l’operazione è naufragata. Si è arrivati quindi a costituire il Milano United che avrebbe dovuto dare sicurezza alla società (essendo costituito dal Milano, Novara, Ares e Senago) e una più autorevole possibilità di gestire l’impianto del Kennedy. Oggi la Franchigia si risolve con l’alleanza tra Milano Baseball e Senago. La gestione del campo affidata al Milano baseball, che lo usa solamente per le giovanili (perché la squadra, come detto, gioca a Senago), scade oggi, 30 ottobre 2014. Tornerà nelle mani della macchina burocratica di Milano Sport, mentre il più dell’impianto rimane sotto la gestione di Bertini e della Bertini Tennis academy, che non ha nulla a che fare con il baseball. Urge una riflessine, col buonsenso.

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