Il Leone si è addormentato

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Sono passati dieci anni dallo scioglimento della Fossa dei Leoni: ricordi a ruota libera dall’Età dell’Oro, quando il Milan era forte e andare in Curva Sud era bellissimo. 

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La mia prima partita allo stadio fu il 17 Aprile 1994. Milan-Udinese, il giorno dello scudetto numero 14. A portarmi fu Franco, ex compagno di liceo di mia madre al Manzoni, che con alterne fortune sarebbe diventata anche la mia scuola (una figura di pari importanza è Sandro, ma sospetto che non tifi il Milan. Non importa, gli voglio bene lo stesso). Insomma, un bel giorno mia madre mi sveglia e mi manda a San Siro come esperienza formativa: oggi suona molto ironico. Con me c’era anche Lorenzo, nipote di Franco e fratello maggiore del mio migliore amico dell’asilo, che invidiavo molto per il suo zaino pieno di merendine. Lorenzo avrebbe avuto un futuro nelle giovanili rossonere. In un articolo di Forza Milan, letto anni dopo, ricordo gli elogi di Tassotti: gran fisico, ma deve migliorare.

La partita non fu granché, pareggiammo 2-2 con i gol di Boban, Simone, Borgonovo (sic) e Rossitto. Non ho mai dimenticato i marcatori, ma curiosamente mi sono dovuto affidare a Google per risalire all’anno esatto. Ricordo anche un vicino coi baffi affetto da logorrea da stadio, il quale, forse senza avere un interlocutore reale, commentava ossessivamente il risultato della Reggiana. Ero molto triste perché non avevamo vinto: il mio esordio da tifoso non valeva uno scudetto, ma uno stantio pareggio contro una provinciale. Temo che Franco possa essersi offeso per il mio cattivo umore, e in effetti non tornai più a San Siro fino al Maggio del 2000, con i compagni del ginnasio. In realtà lo incontro spesso e parliamo volentieri del Milan, per cui credo che abbia recepito tutta la mia gratitudine. Meno male. Mi chiede sempre se vado ancora in Curva: quest’anno, a malincuore, ho dovuto rispondere “no”.

Durante quel Milan-Udinese capii di avere un rapporto un po’ malsano con il calcio. Guardando la successiva finale di Coppa Campioni, in cui il Barcellona non passò mai la metà campo, cambiavo canale ogni volta che i bianchi perdevano palla, anche sul 4-0. Piansi a dirotto quando perdemmo un’amichevole contro il Brasile (nel senso di Milan-Brasile), pensando che fosse la partita più importante da quando esistevano le partite. Urlai la mia prima bestemmia, fortissimo, quando Ravanelli segnò per la Juve contro l’Ajax, nella finale del ’96: la baby sitter di mia sorella, che ho poi scoperto essere di Comunione e Liberazione, ebbe un lieve malore. Alla festa di Carnevale della quinta elementare mi presentai con la tuta del Milan, la maglia del Milan, i pantaloncini del Milan e i calzettoni del Milan. Le mie maestre non la presero bene, ma spiegai loro che mi sentivo meno cretino di quello vestito da D’Artagnan.

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A un certo punto della quinta ginnasio, per la precisione in palestra, riconobbi una melodia vagamente ascrivibile a un coro da stadio. Il mio amico Niccolò scandiva le parole “Welcome, welcome” seguite da uno sbiascichio non meglio specificato. Per la cronaca non ero io a non capire “Walk on, walk on”, c’era proprio un problema con i fondamentali. Con lui, oggi abile contrabbassista, avevo già vissuto le gioie dello scudetto di Zaccheroni, quello di Gigi Sala, di Guglielminpietro, di Briciolina di pane. Insieme ad altri due ragazzi della classe avevamo visto in tv la partita di Perugia: devo ancora restituire a Niccolò la maglietta col 4 di Albertini, e spero che non clicchi mai su questo link. Sta di fatto che per l’ultima di campionato mi convinse ad andare in Curva Sud. C’era ancora la temibile Udinese, ma questa volta vincemmo 4-0. Segnò tra gli altri Taribo West, che si era fatto le treccine rossonere, e fu bellissimo anche se ci giocavamo solo il quarto posto. Per i successivi quattordici anni non mi spostai mai dal Secondo Anello Blu.

Il rapporto con il tifo organizzato non iniziò benissimo. Noi scricciolini con le Gazelle, i pantaloni coi tasconi e le Marlboro Medium ci piazzammo in terza fila alle 12.30. Del resto non c’era nessuno. Un paio di ragazzi più grandi se ne stavano mansueti di fianco a noi, fumando enormi canne e parlando dei rispettivi piani per le vacanze. Dopo due ore e un quarto fummo invitati a sparire, e anche con una certa celerità. Ringraziando per la tempistica ci spostammo nell’ultima fila della seconda transenna, al confine con il Terzo Anello. Per almeno tre anni non tentammo mai di ripresentarci là sotto, tranne che per le partite di Coppa Italia durante i giorni della merla. Era bellissimo perché non c’era un’anima e potevamo starcene tranquilli nel cuore della Fossa, mimetizzati tra i grandi, anche se in porta giocava Valerio Fiori e a centrocampo Donadel. L’anno di Manchester, tirandoci dietro mezzo Manzoni, conquistammo finalmente un fazzoletto tra le sezioni Bologna e Firenze e iniziammo anche ad andare in trasferta.

Il direttore Bontempi e la temibile "supercazzola del Primo Arancio"

Il direttore Bontempi e la temibile supercazzola del Primo Arancio

Il bottino della stagione 2002/2003 fu ingeneroso: cinque sconfitte su cinque. L’esordio fu un Chievo-Milan 3-2. Appena maggiorenne mi presentai in presidenza con la prima giustificazione autoprodotta, per saltare l’ultima ora del sabato e fiondarmi alla Stazione Centrale. Scrivere cose del tipo “visita dal dentista” o “pranzo dalla nonna” mi sembrava banale, per cui, sovreccitato e gagliardo, optai per “torneo di arti marziali”. Il mio adorato preside Barbarino, che ora è andato in pensione, mi chiese allibito “ma arti marziali di che?”. Improvvisando con candore risposi “Judo”, e funzionò. Probabilmente si sarà sorpreso di non avermi visto alle Olimpiadi di Atene o Pechino.

Il treno speciale, che forse ora non esiste più, era uguale all’Interregionale che prendevo per andare in montagna a quattro anni, quello coi sedili marroncini reclinabili. Solo che c’era un po’ di overbooking, per cui eravamo cinque per fila e c’erano personaggi strani. Ricordo un ragazzo in sovrappeso che andava al San Carlo, inneggiava al Fascismo e ce l’aveva con la ex fidanzata del mio amico Tom, la quale frequentava la sua stessa scuola ma leggeva Il Manifesto. Il treno ci mise diverse ore più del dovuto, poi salimmo sul nostro primo autobus con le grate. Il carro bestiame. Da ragazzino poco schizzinoso decisi che la cosa mi piaceva, e ripensai al logorroico di Milan-Udinese del ’94: tu qui non ci salirai mai, la Reggiana è in Serie C, sparisci. Da allora diventai molto scortese con chi parlava di calcio senza andare in Curva. Mi sentivo come dal baffo delle colonne, quando ero l’unico a ordinare Negroni in mezzo a un esercito di vodke alla pesca e lemon. Ma come vodka alla pesca? Ma come Primo Anello Arancio?

Le altre trasferte furono Torino contro la Juve, Roma contro la Roma, Brescia e Piacenza. A Torino finì 2-1 per colpa di un corner sciagurato di Pirlo, che non ho mai perdonato. Sul treno, al ritorno, molta gente dormiva sopra i sedili al posto dei bagagli. A Roma barai, andando con mio cugino autoctono e i suoi amici in Curva Nord, di fianco al settore ospiti. Non pronunciai una parola per tutta la partita, tanto meno al gol dello Scorpione Bianco Tomasson, e forse è stato meglio così. Per andare a Brescia saltai un’importante partita del torneo di calcetto scolastico e ne soffrii molto, soprattutto dopo il gol di Appiah. Non dimenticherò mai il direttore Bontempi che, in coda sulla tangenziale, rubò un birillo della Municipale urlando a una vigilessa “scusi, mi dà un birillo? Troia!”. La macchina di sua madre ha tuttora un buco sul sedile posteriore a causa di una sigaretta del sottoscritto. A Piacenza andai coi biglietti gratis del mio amico Giacomino. Avevamo entrambi lo zaino coi dizionari di greco e giocava sostanzialmente la Primavera, perché il mercoledì successivo c’era la finale di Champions. Capitan Brocchi segnò una doppietta, ma perdemmo 4-2 con una squadra già retrocessa. Il giovane Matri prese un palo, presagio di una carriera sfortunata. A fine partita entrammo tutti in campo, di fianco a Dario Hubner che veniva intervistato indossando la maglietta di Ba. Per anni ho custodito gelosamente una zolla del terreno di gioco del Garilli.

Lo Scorpione Bianco Tomasson, idolo di quegli anni (tutto vero: seguirà Alberto Gilardino).

Lo Scorpione Bianco Tomasson, idolo di quegli anni (tutto vero: seguirà Alberto Gilardino).

A scuola iniziavano a diffidarci dall’andare in trasferta. Il sabato mattina, attraversando il cortile con la maglietta della Fossa, la felpa della Fossa, la sciarpa della Fossa e il cappellino della Fossa, mi trovai a rifiutare cospicue somme di denaro pur di partire. Per fortuna il trend del 2003/2004 fu positivo. Ricordo con particolare affetto la seconda trasferta di Torino contro la Juve, quella dell’1-3. L’immagine di noi al novantesimo, saltellando e cantando “Marcello Lippi salta con noi” dopo la guerriglia urbana e i lacrimogeni, mi accompagnerà per tutta la vita. Torino è stata il mio servizio militare. Curiosamente, pochi mesi dopo, un ragazzino travestito da tagliagole tentò di derubarmi alle colonne, in località “vicolo del piscio”. Il suo lacchè gli sussurrò “ma quello va nella Fossa”, e lui mi abbracciò porgendomi le sue scuse. Basta stare tranquilli, poi le cose si risolvono da sole, anche se sei alto un metro e settanta grazie a una generosa impiegata dell’anagrafe.

I biglietti per le trasferte non crescevano sugli alberi. Il giovedì non era ancora il nuovo venerdì, ma noi ci presentavamo lo stesso al 22 di via Fornaroli verso le dieci e mezza. Mia madre è ancora convinta che ogni settimana andassi al Piccolo a vedere Shakespeare, Majakovskij o altre cose della durata di quattro ore, nonostante le versioni alle otto del mattino. Il clima era amichevole, anche se noi piccoli, non ancora in grado di consumare amari o sambuche, reggevamo al massimo una Beck’s da 33. La fila era interminabile e al tavolone sedeva il mostro finale, F, che una volta fu mio vicino di aereo durante una vacanza adolescenziale in Grecia. Lo studiai con discrezione: leggeva l’autobiografia di Cass Pennant, un po’ come un avvocato che si porta al mare il Codice Civile. A noi servivano dieci biglietti, Lui ce ne proponeva zero. Dai, facciamo quattro. Due. Va bene.

Quella sera di Novembre 2005 c’eravamo anche noi. Da studente universitario avevo smesso di mentire sul teatro, ma da allora non sarebbe più servito. Per le partite in casa del pomeriggio non c’era più bisogno di presentarsi alle 12, per quelle della sera si poteva indugiare sull’aperitivo. La Curva più divertente d’Italia era mezza vuota. In transenna si vedevano facce nuove, con accenti strani e capelli molto corti. Ricordo una riunione del nostro gruppetto, a casa di Bontempi, in cui decidemmo di continuare a fare ciò che ci piaceva. Qualcuno propose di fare uno stendardo con scritto Colonne Rossonere, altri preferivano Sunday Heroes (poveri noi). Contattammo anche una serigrafia, ma c’erano problemi col materiale. Andare in trasferta era comunque bellissimo, grazie ad alcuni ragazzi più grandi del Primo Anello Blu. Eravamo il loro ricambio generazionale, e per almeno tre anni ci scarrozzarono in Italia e in Europa con la generosità disinteressata dei mentori. Campionato, Coppa Italia (Arezzo!) e Champions, compresa la finale di Atene col Liverpool. Già, perché mamma si rifiutò di finanziarmi per Istanbul, ma due anni dopo si mostrò comprensiva. Che Dio la benedica.

Memorie dal dopo Fossa: l'autore è il portabirra.

Memorie dal dopo Fossa: l’autore è il portabirra.

L’anno dopo Atene qualcosa si ruppe. Io partii per l’Erasmus, con cena d’addio organizzata dai nostri mentori del Primo Anello, che spero abbiano recepito la mia gratitudine quanto Franco. Ricordo una trasferta contro il Benfica con volo Saragozza-Milano-Siviglia, macchina Siviglia-Lisbona e ritorno. Il mio amico Mariano che mi portava a vedere il Real Saragozza alla Romareda, e nel suo bar mi comprava le partite del Milan su Canal plus. Il padre, Mariano sr, che aveva sempre la spilletta del RZ appuntata alla cravatta e imprecava contro Milito. Il mio primo derby in streaming, con una coinquilina francese che mi sgridava perché urlavo nefandezze davanti a Rojadirecta. Al mio ritorno alcuni dei nostri si erano spostati in Primo Blu, tra cui il tour leader Andrea, e da allora le cose sono cambiate. Ci siamo trascinati stancamente fino allo scorso Maggio, poi basta.

Non rinnego nulla dei miei quattordici anni in Curva Sud. In Secondo Anello Blu ho consolidato il rapporto con un amico di cui ho celebrato il matrimonio in comune, ne ho conosciuti altri due che sono diventati miei coinquilini, ho portato una ragazza (ovviamente contro la corazzata Udinese) che sarebbe diventata la mia prima vera fidanzata, e molto altro. Questo per dire che il tifo, per quanto strano possa sembrare a chi non ha mai messo piede in uno stadio, non è necessariamente un’esperienza diseducativa: regalerei un abbonamento al figlio che ancora non ho per vedere come se la cava lassù.

Ho sopportato il declino fino a un certo punto, forse con scarsa lungimiranza. Nella Fossa dei Leoni era difficile reperire i biglietti per le trasferte, ma nessuno si sognava di chiedere i diritti di prevendita. Poco importa che il Milan di oggi sia scarso: ho visto giocare Thomas Helveg, José Mari, Javi Moreno, Umit Davala, e ho urlato i loro nomi a pari volume dei Kakà e degli Shevchenko. Oggi mi sento di rifiutare l’elemosina a fine rampa, la metrica dei nuovi cori lanciati da chi non conosce quelli storici, un gruppo composto da ragazzini reclutati chissà dove che si chiama inspiegabilmente Vecchia Maniera. Continuerò ad andare in trasferta a Bologna e Verona col mio amico Nicola, se e quando le avversarie saranno in Serie A. In caso contrario andremo comunque sui colli modenesi a mangiare borlenghi, o a Travagliato, il paese di Franco Baresi, ad addentare bistecche di cavallo e bere il Campari col bianco che lì si chiama Pirlo.

Ho perso quel cappellino rosso per colpa di qualche trasloco e non me lo perdonerò mai, ma la sciarpa del sei a zero è sempre lì, grigia e puzzolente nonostante i lavaggi a tradimento dei miei genitori, come quando c’erano i fumogeni arancioni e viola e li respiravamo perché era gratis. Grazie Fossa, è stato bello. E Forza Milan.

Graziano Biglia (@graziano_biglia)

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