Il nome del figlio, Francesca Archibugi (recensione)

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Buon remake nostrano del francese Le prénom, commedia sofisticata e corrosiva tratta dall’omonima pièce teatrale del 2010. Una cena tra amici deraglia quando uno dei commensali annuncia il nome del figlio nascituro. Seguiranno litigi a schieramenti alterni tra rancori giovanili, passioni politiche e problemi di coppia. 

Francesca Archibugi aggiunge del suo a un plot già esilarante: il professorone Lo Cascio ama i virtuosismi su Twitter, la burina Micaela Ramazzotti ha scritto un romanzaccio da Autogrill di discreto successo. Gassman (in stato di grazia), Golino e Papaleo completano il quintetto base. Il nome è ovviamente l’omologo italiano dell’originale, con l’aggravante, non così scontata, che i Pontecorvo sono ebrei. 

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Andando a memoria, l’ultimo adattamento di un successo francese ebbe esito più che positivo in casa nostra: Bienvenue chez le Ch’tis si prestava meravigliosamente alle sfortune del brianzolo Bisio e al suo confino nel Cilento, e la versione di Luca Miniero, con l’Accademia del Gorgonzola, le Rondinelle e le bancarelle sulla Salerno-Reggio Calabria, vinceva ai punti con l’originale di Dany Boon. La Francesca Archibugi di Mignon è partita ci riprova con una commedia di scrittura più alta e il risultato è altrettanto sorprendente: le baruffe tra la coppia radical chic Lo Cascio-Golino e i ruspanti Gassman-Ramazzotti, con la variabile impazzita Rocco Papaleo, non risentono della dislocazione al Pigneto e, con le dovute modifiche, guadagnano notevolmente in acidità.

La tavolata romana è così composta: Paolo, agente immobiliare di poca cultura ma con un PhD in scherzi di cattivo gusto; Betta, la sorella, insegnante di scuola media; Sandro, marito di Betta, professore di filosofia all’università e autore di saggi di scarso successo; Claudio, amico d’infanzia dei tre, musicista e single; Simona, moglie un po’ burina di Paolo, estranea al gruppo e autrice di un best-seller di infimo livello. Paolo e Simona aspettano un figlio e, quando lui annuncia di aver scelto un nome impopolare, innesca un litigio senza via di fuga. I focolai di tensione sono molteplici: le manie di protagonismo di Paolo, la taccagneria di Sandro, la presunta omosessualità di Claudio e chi più ne ha più ne metta.

Il canovaccio è lo stesso dell’originale, ma tre personaggi su cinque subiscono un significativo restyling: Sandro è sensibilmente più sgradevole del collega francese Pierre, intasa Twitter di aforismi invece di aiutare Betta col potage e soffre il carisma di Paolo; Claudio non è un orchestrale asessuato d’altri tempi, ma un artista dallo stile impeccabile con tendenze hipstereggianti (e infatti arriva in bicicletta con la sciarpina); Simona da Casal Palocco occupa gli scantinati della piramide sociale, cosa che non accadeva con la sua equivalente Anna, e il suo successo come scrittrice sminuisce ulteriormente Sandro, autore di uno scatolone di saggi invenduti e invendibili. Ne conseguono rapporti di forza diversi, con un Paolo/Gassman mattatore e maschio alfa, laddove in Le prénom Vincent e Pierre si spartivano le due metà del pollaio. Non c’è nulla di particolarmente italiano, moderno o postmoderno ne Il nome del figlio: le opportune modifiche servono a esaltare le differenze caratteriali e soprattutto fisiche dei nuovi interpreti, che riescono a trasformare un remake potenzialmente insipido in grande Commedia. Attenzione: il nome della discordia è facilmente intuibile, ma a fare da detonatore aggiunto ci sono le origini ebraiche dell’autore dello scherzo. Un punto in più per noi.

Graziano Biglia (@graziano_biglia)

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