Il Québec, la naia dello scrittore

L’immaginario collettivo non è mai stato molto sollecitato in direzione della fredda, nordica regione canadese del Québec, l’unico luogo del Nord America in cui sopravvive un ultimo, sfilacciato legame con la cultura e la lingua francese; al Canada è spesso associato uno stile di vita che si può definire glabro, tignoso e ligio al dovere e alle regole.

Tuttavia negli anni ’80 si è sviluppata una tradizione letteraria autoctona che prende spunto, in larga parte, da quella più sguaiata e lasciva degli Stati Uniti e che mette in luce la contrapposizione tra il nomadismo e il sedentarismo, la chiave di lettura tra le due culture. In fondo, a livello antropologico, c’è poca differenza tra le due nazioni, il Canada è popolato da quella stessa cricca di europei scappati di casa che ‘non ce l’hanno fatta’ e  che per di più risultano noiosi, prevedibili, per nulla spassosi.

Jacques Poulin pubblica, nel 1988, Wolkswagen Blues, uno scritto di stampo autobiografico che si ispira ai romanzi della beat generation statunitense, senza essere scontato. Il romanzo si sviluppa intorno alla storia di Jack – uno scrittore sulla trentina in crisi – che si lancia alla ricerca del fratello Théo, scomparso da vent’anni: un viaggio escatologico alle radici della cultura nordamericana tra presente e passato. Compagna di viaggio, una giovane meticcia di cui non si conosce l’identità reale. I due ripercorrono simbolicamente il cammino dei primi colonizzatori del west e, seguendo le tracce di Théo, portano a compimento l’epifania del nomade esploratore.

Nel 2005 Michel Vézina continua nella tradizione pubblicando Asphalte et Vodka, la versione ‘adulta’ del romanzo di Poulin. In questo caso, il viaggio intrapreso dai due protagonisti Jean e Carl percorre il controverso destino del vagabondo moderno: l’epifania è irraggiungibile, la meta, di fatto, è sconosciuta. Vézina tenta il colpo stravolgendo i canoni senza cambiare il formato, un errore formale che dimostra l’ingenuità della tradizione e della cultura.

Se i due autori franco-canadesi non sono riusciti, a distanza di quasi vent’anni, a tracciare un percorso lineare nell’identità della loro cultura, hanno indubbiamente contribuito alla sottomissione inconsapevole della loro stessa tradizione a quella statunitense. A maggior ragione, il concetto di americanizzazione della cultura canadese deve passare attraverso quello di statunizzazione – un termine quantomeno cacofonico – che risulta essere più radicale nell’allontanarsi dalla cultura d’origine, rappresentata da quella europea. Per di più, l’influenza dei costumi americani, intesi come ‘statunitensi’, nella tradizione canadese porta ad una grave spersonificazione – la cacofonia regna qui incontrastata – dell’identità e della personalità del Québec stesso, che lotta tuttora per la sopravvivenza della lingua francese in Nord America.

Non c’è da stupirsi, quindi, se la letteratura in lingua francese del Québec sollecita un interesse svogliato: il pubblico canadese è attratto dalla sensazionalità dell’esotico e dalle sfide oltre confine. Detto francamente – si perdoni l’assonante foneticismo -, di avventuroso in Canada c’è ben poco.

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