Isabeau consiglia: I miei piccoli dispiaceri, di Miriam Toews

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Oggi miei cari lettori vi propongo l’ultimo romanzo dell’ autrice canadese Miriam Toews, intitolato I miei piccoli dispiaceri e pubblicato dalla casa editrice Marcos y Marcos. Di Miriam Toews va lodata l’abilità nel raccontare vicende tragiche, in genere circoscritte al microcosmo della famiglia, senza scadere nella retorica o nel gusto del patetico, punteggiando invece la narrazione con episodi leggeri, ironici, o francamente comici. Quasi a voler stemperare pudicamente il dolore, imbavagliandolo, quando si fa troppo forte o pericolosamente declamato.

I miei piccoli dispiaceri copertinaProtagonista in prima persona è Yolandi, sorella minore e complessata della talentuosa, sensibilissima, geniale Elfrieda. Il rapporto che lega le due sorelle è strettissimo, simbiotico. La maggiore è una pianista di successo, che l’eccesso di intelligenza ed emotività ha reso fin da piccola un corpo estraneo nel mondo, vulnerabile, incapace di rassegnarsi alla mediocrità. Yolandi invece si sa mediocre, cresce goffa e alternativa, con un’inquietudine che la porterà da adulta a contorte scelte sentimentali, a una perpetua instabilità economica, e a immolarsi all’assistenza adorante della sorella, chiusa nella sua disperata scelta di rinunciare, non solo a una luminosa carriera di pianista, ma alla vita stessa. I tentativi di suicidio di Elfrida si susseguono implacabili, come i suoi ricoveri, nonostante l’amore e la comprensione di chi la circonda. A niente valgono le carezze, i ricatti emotivi, le minacce, le recriminazioni, le dichiarazioni d’amore di Yolandi, perché «il problema è la vita e la sua invivibilità».

Per amore e con infinito amore Yolandi cerca di estrarre dal gorgo depressivo Elfrieda, assorta dal progetto di eliminarsi come fece suo padre, che si buttò sotto un treno. Yolandi ha un’ esistenza piena di sconfitte, a cui sa dare un senso. Elfrieda si consuma nel dolore e nella pena, a dispetto della propria luce. Elfrieda finisce agonizzante in ospedale, la intubano, la imbottiscono di farmaci, la dimettono. E lei immancabilmente ci riprova, venendo ricoverata di nuovo. Così e così , per numerose volte. «Ti prego, portami a Zurigo, dove mi faranno finalmente scomparire con un’iniezione», dice implorante a Yolandi, la quale, però, le ricorda i suoi vantaggi, fa appello ai sentimenti, ricostruisce il diario buffo e lieto della loro infanzia condivisa. Gran parte della narrazione, infatti, riflette questo appassionato tentativo di convincimento: «Resta con noi e assapora la tua magnificenza», le ripete Yolandi.

«Smettila soltanto di mentirmi su cos’è la vita», dice Elf. «Benissimo, Elf, smetterò di mentirti quando tu smetterai di cercare di ammazzarti. Allora Elf mi dice che dentro di sé ha un pianoforte di vetro. Ed è terrorizzata all’idea che possa rompersi. Non può permettere che si rompa. Mi dice che è schiacciato sotto la parte destra del suo stomaco, che a tratti sente gli spigoli duri premerle contro la pelle, che teme possa trafiggerla, e di morire dissanguata».

Se una persona che amiamo non vuole più vivere, amarla vuol dire trattenerla in vita a tutti i costi o lasciarla morire? O persino aiutarla, perché non debba morire in modo violento, e da sola? Rappresentano un traguardo significativo la lievità incantevole, la sottigliezza psicologica e la pulsazione di verità straziante, ma non ricattatoria, con cui Miriam Toews tesse una trama di possibili risposte.

E’ impossibile fare pace con il dolore, accettare che sia sensato, passare dentro una tempesta e uscirne senza niente di rotto, ma se uno scrittore trova le parole, il dolore ha respiro, vita, perfino risate, e Miriam Toews ci è riuscita pienamente. Sembra una contraddizione in termini, eppure succede che I miei piccoli dispiaceri sia una storia irresistibile e vitale che dall’inizio alla fine ci parla di suicidio, morte assistita e interrogativi etici sull’eutanasia. Nonostante il dolore che dilaga, tra le righe aleggia un senso invincibile di leggerezza, e si impone la possibilità di continuare a sorridere, aggrappandosi ai ricordi belli, a preziosi momenti di inaspettata rivelazione della bellezza. A Yolandi non appartiene minimamente il sentimento della rabbia, anzi, è il suo esemplare senso di umanità, è la struggente, meravigliosa complicità che, anche nella più drammatica delle situazioni, le fa dire: «Lei voleva morire e io volevo che vivesse ed eravamo due nemiche che si amavano».

Mi permetto di aggiungere che il tema di questo struggente romanzo non è solo la lotta tra la vita e la morte, o meglio tra l’invivibilità della vita e le sue tormentate seduzioni, ma il conflitto tra la libertà e la convenzione, tra l’eccezione che ogni essere umano incarna e la regola cui ogni essere umano è costretto a piegarsi. Quella tra le due sorelle è una differenza atavica: Elfrieda, votata alla morte, non ha mai sviluppato la tolleranza al mondo; Yolandi, inchiodata alla sua difficile esistenza, ha imparato a convivere, criticamente, furiosamente e ironicamente con le sue intolleranze.

«Lo sai che la gente è più felice quando smette di cercare di esserlo?», ci suggerisce Yolandi. Mi auguro che per qualcuno sia un utile consiglio. Buona lettura.

Isabeau

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