La teoria del tutto, James Marsh (recensione in anteprima)

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Commovente, divertente, sottilmente profondo. Lontano dal meccanismo agiografico (chi ce l’ha visto, secondo me, non ha capito niente del film), è in realtà  a mio avviso una sincera e sentita finta biografia, perché pur concentrandosi sullo Stephen Hawking uomo, ha come punto di vista principale il suo rapporto con la moglie (che non a caso è l’autrice del libro da cui è tratto il film). E’ la storia squisitamente tardo-novecentesca di un amore difficile, forse impossibile (come quasi tutti gli amori), che per quanto cerchi di essere incondizionato, rimane incastrato nella realtà delle cose e si compone di inevitabili alti e bassi, ripensamenti e vie di fuga. Oscar molto probabile per il protagonista, che nel frattempo si è beccato il Golden Globe (anche se sono molto preoccupato per come potrà essere doppiato in italiano: rischio effetto Forrest Gump altissimo).

1963. Stephen Hawking è uno studente di cosmologia (che egli definisce come una speciale «religione per atei intelligenti»): inguaribile pigrone, ma dotato di incredibili doti intellettuali, Stephen è un sorvegliato speciale per i suoi professori, che si attendono molto da lui e dalla sua tesi imminente, della quale però il giovane non ha ancora deciso l’argomento di discussione (lasciatemi dire che i docenti ci avevano visto lungo, e che l’argomento sarà «il tempo»).

Tra impegni universitari, scherzi da compagni di stanza e festini, il nostro strambo nerd conosce Jane, ragazza meravigliosa (Felicity Jones è al momento la donna più bella del mondo per quanto mi riguarda), anche lei in aria di dottorato, ma convinta timorata di Dio e più incline allo studio delle Lettere che alla fisica dei buchi neri. I due si scambiano il numero di telefono, vanno al ballo insieme (ma non ballano), si baciano e iniziano a frequentarsi.

Purtroppo, una visita medica diagnostica a Stephen una malattia degenerativa dei motoneuroni, che secondo i medici gli lascia un’aspettativa di vita di soli due anni (e lui al momento ne ha solo ventuno). A questo punto, com’è naturale, Hawking inizia un periodo di depressione che lo farà diventare ancor più schivo e scontroso, ma che comunque non gli fa abbandonare gli studi e, soprattutto, non intacca il rapporto con l’innamoratissima Jane, che il giovane si affretterà anzi a sposare e ingravidare. Resteranno insieme per circa trent’anni.

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Dal mio punto di vista, l’aspetto più importante (e interessante) del film è il rapporto che si viene a creare tra scienza e religione (con un maggiore sbilanciamento nei confronti della seconda, dato che il libro è stato scritto dalla cristianissima Jane Wilde). Dicevamo infatti che la vicenda inizia nel 1963, e non è un caso che siano gli stessi anni in cui si è riunito il Concilio Vaticano II, un passaggio attraverso il quale la Chiesa ha provato a riconsiderare il suo ruolo nella società e il suo rapporto con la scienza (è vero che il Concilio riguardò la Chiesa Cattolica, mentre in questo caso siamo nell’ambito della Chiesa Anglicana, ma il momento storico resta il medesimo, ed è questo quello che conta). Hawking, ovviamente, incarna la scienza, mentre la bella Jane rappresenta la nuova religione universale nel suo agire nel mondo, lontana dai libri di teologia. Il rapporto tra i due, soprattutto inizialmente, è di reciproca ironia e diffidenza (molto divertenti alcuni siparietti in cui i due si lanciano frecciatine sulle rispettive credenze): Stephen è razionale e simpaticamente sbruffone nelle sue certezze -quasi alleniano, se vogliamo- mentre Jane è ostinata e dotata di una forza d’animo e di un ottimismo ai limiti sovrannaturale.

Pur entro queste differenze, i due si stimano, e se le loro menti sono lontane anni-luce per concezione del mondo e dell’umanità, i loro corpi sono fatti della stessa carne e si uniscono (anzi, li uniscono). Questo non significa che le loro convinzioni personali si modifichino, ma semplicemente si ri-definiscono nel confronto con l’altro, trovando ciascuno una limitazione che permette loro di separare i rispettivi campi, in modo che sia chiaro il ruolo che compete ad ognuno. E così Stephen, lo scienziato, dà una mano all’umanità intera provando, con la sua straordinaria intelligenza, a spiegare come si struttura l’universo e come ha avuto inizio il tempo (sempre che ci sia stato un inizio), mentre Jane, l’inguaribile crocerossina, si concentra sull’individuo singolo, prendendosi cura dei suoi bisogni più immediati e garantendogli un’esistenza e una dignità personale, andando oltremodo al di là delle difficoltà materiali.

ALLARME SPOILER
Finiranno per lasciarsi (separandosi nel 1990 e divorziando poco dopo), scoprendo entrambi le proprie finitezze. In particolare, Stephen comprenderà sulla sua pelle i limiti kantiani della ragione umana e gli errori nei quali anche i più dotati possono incappare, mettendo in dubbio l’infallibilità e l’universalità definitiva della sua scienza in continua evoluzione; Jane, dal canto suo, scoprirà l’inesistenza del concetto di santità sul globo terrestre, scoprendosi un essere umano come tutti gli altri, intrappolato nei suoi bisogni e impossibilitato ad andare troppo oltre alla realtà dei fatti. Non vince l’amore, ma alla fine regna l’amicizia, esito di un rapporto duraturo, portato sino alla sua inevitabile saturazione, il cui termine rappresenta l’inizio di un mondo nuovo tutto da costruire (guarda caso il film si conclude con i figli, espressione della sintesi tra i genitori).
FINE ALLARME SPOILER

Tutto questo è travestito da storia d’amore, storia di un amore completo, tanto fisico quanto intellettuale. La regia di James Marsh è piuttosto base, senza troppe trovate e molto concentrata sul sentimento (molti primi piani, molti dettagli di sguardi), mentre la sceneggiatura è precisa, a tratti meravigliosamente cinica, lontana dall’insopportabile effetto didascalico di molte biopic (vedi il pessimo The Imitation Game). Un film forse a tratti ricattatorio, certo, ma molto efficace nei modi e mai superficiale. Ho pianto una volta, e per altre tre ho dovuto trattenere le lacrime.

Molto bene i due attori protagonisti: Eddi Redmayne -che con un personaggio simile è il favorito naturale per l’Oscar- è bravissimo a rendere tutte le sfumature degli stati d’animo di Hawking, pur essendo costretto a limitare i suoi movimenti e le sue espressioni entro le catene fisiche della malattia che inscena; Felicity Jones invece è un raggio di sole, ma la sua interpretazione non si banalizza nel principio di “grande donna in un piccolo corpo” appiattendola su una bontà assoluta, bensì rende tutta la complessità del personaggio, i suoi limiti e le sue preoccupazioni (soprattutto nella seconda parte).

Difetti del film? Ce ne sono almeno due. Dal punto di vista realizzativo, Marsh non riesce a dare una dimensione temporale alla vicenda, nel senso che sembra restare sempre tutto uguale (i due protagonisti non invecchiano mai e intorno a loro regna un’apparente immobilità); gli unici indizi che ci fanno percepire lo scorrere degli anni sono l’avanzare della malattia di Stephen e, da un certo punto in poi, il fatto che nascano nuovi figli e ogni tanto questi si intravedono e sono più grandi (tutto il contrario di Boyhood, ovviamente). E poi ci sarebbe il grosso tema della giungla dell’universo accademico, che gli autori invece schivano volontariamente presentando il mondo universitario come un paradiso privo di conflitti, pieno di professori simpatici e colleghi-amici fedeli che restano vicini al povero Stephen sostenendolo e aiutandolo sempre e comunque.

Giancarlo Mazzetti (@GCMazzetti)

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