L’Inglesa

C’è una vecchia storiella di un milanese che va a far visita alla figlia emigrata in Gran Bretagna per trovare lavoro. Quando torna a casa, per prima cosa va al bar a salutare i suoi compagni di “bianchino” che vogliono sapere com’è andata.

“Ue, Giuan, alura? Me l’è ‘ndada in Inghiltera? L’è bela?” Lui, piuttosto mesto, risponde: “E, varda, per ess bela l’è propri bela, ma l’è mpu’ strana: i pulman, quei alt, i ciamen bas, i stradun quei laarch ia ciamen strit, i cavai i ciamen ors, el frech el ciamen cold, i don ia ciamen uomen… Poi, giri l’angul, vedi na biunduna e la ma fa “LAV MI”.“E ti ste fe’?”E e mi, gu fa: “MA LAVES IN DE PER TI, VUNCIUNA D’UN’ INGLESA!”

Il dialogo in dialetto non è più pratica della cultura, in questa città. Alcuni lo capiscono, pochi lo parlano. Molti dicono che quello che si parla a Milano è l’italiano standard, metafora di una città e di una popolazione. A Milano, purtroppo, tutto è standard, oggi. Se uno pronuncia la parola standard si accorge subito di quanto sia “base” anche la parola stessa. Ci si rende conto di quanto possa essere monotono un posto solamente vivendoci. Per essere più precisi, quella meneghina è ora una città provinciale e autoreferente. Si parla di moda, in primis, e finanza, qualche volta. Poi ci sono quelli che dicono: “Bè dai, c’è anche il salone del mobile!” per mettersi la coscienza a posto e poter affermare che hanno visto un neo sul proprio naso. Certi milanesi usano la città per sfoggiare autostima e poi si rintanano in casa, dove nessuno può vedere come sono realmente. Questi individui, arroganti e abbronzati, seguono sempre le stesse abitudini, frequentano sempre gli stessi posti, condividono continuamente le stesse idee e rifiutano il confronto. Le persone che gravitano in questo ambito sociale e lavorativo muovono molti liquidi, quindi è impossibile scalzarli dal trono. Così facendo paralizzano l’attività sociale di una città e impediscono la crescita naturale di un ambiente urbano. Quando arriva la tanto attesa settimana della moda, Milano si riempie quasi a straripare e certi milanesi gonfiano il petto orgogliosi della loro “metropoli”. Così, per le vie del centro, fioccano attrazioni innovative come un simulatore della McLaren, una scarpa gigante ricoperta di brillantini, una vespa dorata, il banchetto dell’Absolut Vodka, qualche campione di profumo, delle mutande leopardate in omaggio; il tutto imbrigliato all’interno di una fitta rete di vernissage alcolici gratuiti – che è come buttare una manciata di grano in un recinto di polli. In queste occasioni la città si prostituisce e si propone come zona franca per la proliferazione del cattivo gusto e della superficialità.

Quando i milanesi tornano a casa dopo una puntatina londinese – abitudine meneghina oramai consolidata – non vanno più al bar per raccontare l’accaduto ai “colleghi”; corrono altresì in un negozio di vestiti alla moda per comperare un bel paio di pantaloni succhiati, una canotta con la faccia di James Dean stampata in bianco e nero e una borsetta con la Union Jack. Al bar poi ci vanno quella quella sera, vestiti di tutto punto e malati di indipercuismo.

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