Pagina 0 – Paul Auster, il narratore e New York: Trilogia di New York.

Paul Auster - Salgood Sam

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Paul Auster nasce a Newark, nel New Jersey, esattamente come Philip Roth, ma nel 1947. È autore de L’invenzione della solitudine, Trilogia di New York, composta da Città di vetro, Fantasmi e La Stanza Chiusa e altri bei libri di cui in questo momento non ci interessa ricordare i titoli.

Chiudi il libro a pagina 314, la sensazione agrodolce delle ultime due pagine e della copertina di cartoncino morbido è, appunto, agrodolce. Non è una di quelle menate sul fatto che ti dispiace aver finito un libro, perché oramai ti senti in relazione coi personaggi e ci vuoi tanto bene e non vorresti che ti lasciassero mai più. No.
Paul, carissimo Paul, tu vuoi proprio farmi saltare i nervi. Andiamo, vagamente, per gradi.
Inizi, maledetto, con un meta-trucco di meta-fiction e sai, perché lo fai apposta, sai di avere la mia attenzione di lettore stupidamente e morbosamente affascinato da tutto ciò che sta sopra o dietro lo strato narrativo. Sai che, quando, in un romanzo di Paul Auster, tutto l’ambaradan si apre su uno scrittore di romanzi polizieschi che riceve La Telefonata della Disperazione da un tizio che cerca Paul Auster, hai vinto. Bella mossa.

Poi c’è White che incarica Blue di pedinare Black, o è Black che pedina Blue, e chi lo sa. Un uomo chiuso in una stanza che guarda un uomo chiuso in una stanza che non fa altro che scrivere. Un lettore che segue uno scrittore che scrive un libro che non va da nessuna parte, un lettore incastrato nella storia di uno scrittore che non va da nessuna parte. Strano, mi suona familiare. Paul Auster è uno di quelli che fanno vedere i croccantini al gatto per farlo entrare in casa e poi lo mollano lì, a bocca asciutta. (Mi piacerebbe pensare che il fatto che lo faccia anch’io sia indice di talento letterario, ma dubito.)

Paul Auster è uno che scrive ancora a mano, su un Taccuino Rosso (1997) probabilmente. E ricopia tutto a macchina, non sul computer, non sul Mac, ma sulla pesante macchina da scrivere. Vero o no (non mi fido molto di questo autore/narratore che si infila nei propri romanzi, ti fa vedere i croccantini e poi ti molla lì), questo è quello che dice e questo è quello che noi dobbiamo credere, fosse anche una finzione letteraria importata nella realtà, simile a tutte quelle ignoranze realistiche in cui lascia il suo lettore. Vero o no, dice anche che gli serve a rileggere tutto dall’inizio, a riprendere parola per parola e riscriverla meccanicamente, senza errori, non puoi sbagliare, devi essere sicuro che quella pagina sia La pagina, quella definitiva, finale, compiuta.

Broadway New York

Broadway, New York


Molto tempo dopo, quando fu in grado di pensare a ciò che gli era accaduto, avrebbe concluso che nulla era reale tranne il caso. Ma questo fu molto tempo dopo. All’inizio, non c’erano che il fatto e le sue conseguenze. La questione non è se si sarebbero potuti sviluppare altrimenti o se invece tutto fosse già stabilito a partire dalla prima parola detta dallo sconosciuto. La questione è la storia in sé: che abbia significato o meno, non spetta alla storia spiegarlo.(Città di vetro)

Non possiamo dire che non ci abbia avvertiti: il senso, lo scopo non interessa, a lui. Potrà interessare a te, piccolo lettore in balia dei comodi suoi, ma sai che c’è? A letto senza cena.
Se la storia non è importante, cosa lo è? Il processo di scrittura “l’atto di mettere le parole sulla pagina. Potrebbe avere a che fare con una mia iniziale ignoranza sulla natura delle fiction” (cito a spanne un’intervista all’autore uscita su The Paris Review. Non è vero, ho controllato. Cito dopo aver controllato a spanne, ecco).
Le parole che noi, voi, io, e pure lui sarà un lettore nella vita, leggiamo da dove arrivano? Abbiamo una terza persona, un bel narratore classico, tondo e paffuto. Siamo abituati a quel narratore come a un assioma, una legge naturale, una cosa che è lì e non si discute perché è sempre stata lì, come a un albero, per dire. Forse la maggior parte delle persone normali si chiede più spesso perché gli alberi siano sulla terra di quanto non si faccia domande sul narratore. – Beati voi – Da dove viene questa terza persona, chi è: un alter-ego dell’autore, un’entità più o meno informata dei fatti, Dio? Allora, dice il nostro caro Paul, perché  dovrei accettare questa terza persona surreale che spunta dal nulla, sa tutto e non si sa cosa sia. Io voglio un narratore realistico, voglio che il mondo del mio libro sia raccontato da una persona vera, carne, ossa, ignoranze e parzialità del caso. (Croccantini e gatto di cui sopra)
Il narratore di Paul Auster fa un patto col lettore al contrario, al va contro i patti di non belligeranza/sospensione della giudizio. Mette subito le mani avanti e fa questo tipo di discorso: “Io sono Paul Auster e sono anche il narratore, non ti puoi fidare di me. Potrei essere anche il protagonista, o l’antagonista. Ecco, potrei essere l’antagonista e potrei raccontarti tutta la storia al contrario per portarti dalla mia parte. Non ti puoi fidare di me e non sai dove ti porterò, ma ci verrai comunque, perché vivi in una cosa chiamata realtà di cui non ti fidi e che non sai dove ti porterà.” Certo, messa giù così pare roba da delirio di onnipotenza, ma questa è tutta colpa mia.
O sua? O tua?

P.S.: Altra letteratura sparsa e cose di libri sono qui.

1 Comment

  • Isabella scrive:

    Consiglio di Paul ” Il libro delle illusioni “. L’ ho trovato fantasmagorico, e non credevo potesse piacermi un suo libro piu’ di Trilogia di new york.

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