Personaggi ridicoli della scena nazionale: Enrico Toti, patriota.

Se dovessi pensare al periodo storico piu’ costellato di morti ridicole nella storia dell’umanita’, riesco a concentrarmi soltanto sulla prima guerra mondiale. La propria trincea, la terra di nessuno, la trincea avversaria da conquistare. Uno schema simmetrico e crudele, in cui al soldato viene chiesto di arrampicarsi fuori dal proprio riparo, correre armato di baionetta allo scoperto e, qualora sopravviva ai colpi nemici (di rado ovviamente), tuffarsi nel riparo nemico per conquistare la posizione. Un gioco suicida e consapevole portatore di spiritualita’ inattesa. In fin dei conti non ci sono atei in trincea.

Che morte del cazzo.

Enrico Toti non fu un personaggio politico, fu un simbolo, un patriota a cui sono successivamente state intestate piazze, vie, financo un sottomarino. Il motivo per cui ne parlo, nell’anno in cui festeggiamo i 150 anni del nostro paese, e’ la sua morte. Ridicola, oltremisura e oltre le trincee.

Il nostro, nato a Roma nel 1882, fu un patriota che amava la bicicletta. Con una gamba sola.
Gli fu amputata dopo che scivolando sui binari (fu ferroviere) gli rimase stritolata in uno scambio, in attesa di far rifornimento d’acqua ad una locomotiva.

Come detto amava la bici e il proprio paese, Enrico, e decise che la mancanza di un arto non gli avrebbe fatto abbandonare nessuno dei due. Tra il 1911 e il 1913 pedala molto, moltissimo. Attraversa la Francia fino a Parigi, da li’ il Belgio, l’Olanda e la Danimarca. La Finlandia e la Lapponia. Russia e Polonia.

Che freddo, con una gamba sola poi.
Ma anche caldo, da Alessandria d’Egitto al confine con il Sudan.

Allo scoppio della Grande Guerra si arruola tre volte. Tre volte viene rifiutato perche’ non ha una gamba. Come Civile Volontario (in bici che discorsi) va al comando Tappa di Cervignano del Friuli dove il maggiore Rizzini, lo stronzo, gli consegna stellette ed elmetto piumato da bersagliere ciclista.

Nell’ agosto 1916 comincia la sesta battaglia dell’Isonzo, che portera’ alla presa di Gorizia.
Il giorno 6 Enrico si lancia all’attacco col suo reparto a due ruote.

Viene colpito una volta. Poi una seconda, ma non molla. Lui e’ un bersagliere ciclista con una gamba sola. A corto di munizioni, mortalmente ferito, si sacrifica per la patria scagliando la sua preziosa gruccia contro i colpi di dei fucili nemici.

“Nun moro io” esclama.

Mori’ invece, Enrico.

Una morte di merda oltretutto, che gli valse la Medaglia d’oro al Valore Militare ed un sottomarino a lui intitolato successivamente.

Semplicemente in cambio di una stampella.

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