Piuma, Roan Johnson (recensione in anteprima)

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Due adolescenti romani affrontano una gravidanza indesiderata a ridosso della maturità, tra genitori ostili / inadempienti e amici concentrati sull’imminente viaggio in Marocco. Presentato a Venezia 73 come risposta italiana a Juno, Piuma gioca francamente un altro campionato ed è stato accolto dagli addetti ai lavori con sdegno e frustrazione. Potrebbe trovare miglior fortuna nelle sale, al netto dell’umorismo da Prima Repubblica e di quelle maledette paperelle di gomma.
                                                                                                                                                                                                paperelle
Povero Roan Johnson, uscito con le ossa rotte da una competizione più grande di lui e forse bistrattato anche oltre i suoi demeriti: la verità è che non esistono Festival per un film come Piuma, e quei fischi e quegli ululati andrebbero indirizzati a chi ha avuto l’inspiegabile idea di piazzarlo a Venezia e addirittura in concorso. Cate e Ferro non possono comparire nella stessa cartella di Lav Diaz, Ozon o Larraín, non ce n’è. Possono intrattenere un pubblico poco esigente per qualche settimana, per poi andare a rimpinguare il catalogo di Netflix o Sky on demand coi loro pari grado Notte prima degli esami – Oggi e Bianca come il latte, rossa come il sangue, e di quel filone adolescenziale e pseudoromanesco non rappresentano necessariamente il campione migliore.
Capita dunque che il pusillanime Ferruccio detto Ferro metta incinta la sua ragazza Cate. Un bel guaio, perché di lì a poco c’è la maturità, e subito dopo il viaggio con gli amici di cui si parlerà per tutta la vita. In casa la situazione non è buona: il padre di lui è un toscanaccio imprecatore che sogna di tornare in patria tra cinghiali e sterpaglie, quello di lei un meridionale sudaticcio finito a fare le pulizie alla SNAI per debiti di gioco. Nessuno dei due sembra particolarmente interessato al nascituro, tanto che i ragazzi decidono in piena autonomia di portare avanti la gravidanza.
Le affinità con Juno si fermano sostanzialmente all’antefatto, perché nessuno si sogna di pensare a un affidamento fino alla tranche finale, quando si evince che Ferro è troppo imbecille per fare il padre: pur essendo un tipo simpatico non si premura di cercarsi un lavoro, e in quella che è la scena più esilarante del film – ma anche la più grave violazione del concetto di patto narrativo – mette incinta UN’ALTRA RAGAZZA. O meglio, una signora / ragazza. Quanto all’aspetto qualitativo, la linea comica affidata ai malori del nonno e alle lamentele di un personaggio molto antipatico non è davvero una buona idea, i compagnucci di scuola trasudano luoghi comuni e recitano maluccio, e poi ci sono quelle sciagurate paperelle di gomma, peraltro esibite sul red carpet con un certo orgoglio: una scena che pare ricavata da post facebook del tipo “il calabrone pesa troppo per volare, ma non lo sa e vola lo stesso”, quelle cose brutte condivise da anziani ansiosi di cimentarsi con la modernità ed elargire like ai nipotini, o dagli amici un po’ tordi che ci sfidano a capire quanto fa ciliegia + banana + mandarancio se tre banane dànno 45 ecc ecc, essendo che a Stanford stanno ancora cercando di risolvere il problema. Ecco, se il polipone di Escalante e il martellare costante di Spira Mirabilis possono essere considerati “divisivi”, per le paperelle alla deriva non c’è salvezza né perdono. Di tutto il lotto se la cava soltanto Blu Di Martino in arte Yoshimi, per il resto è davvero una faticaccia.
                                                                                                                                                                                                Graziano Biglia (@graziano_biglia)

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