The Imitation Game, Morten Tyldum (recensione in anteprima)

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Prima o poi sarebbe necessariamente arrivato il momento in cui qualcuno avrebbe girato un film sulla vita dell’irripetibile uomo che è stato Alan Turing (c’era già stato Enigma nel 2001, ma era basato su un personaggio di fantasia vicino al matematico, non direttamente su di lui). La brutta notizia, ahinoi, è che questo The Imitation Game non ha proprio niente da dire: sceneggiatura scarna, didascalica e piena di situazioni e meccanismi scenici stereotipati; un’operazione finalizzata a vendere, ma basata su una narrazione che non riesce a romanzare con credibilità -sebbene provi a farlo- e si limita a vivacchiare unicamente sulle spalle dell’indiscutibile soggetto su cui è basato. Singolare il fatto che sulla locandina non ci sia neanche il nome del povero regista, anche perché è il norvegese Morten Tyldum, che a noi era piaciuto molto in Headhunters (qui purtroppo si limita a svolgere l’ingrato compitino).

Chiunque abbia frequentato una qualsiasi università, per un motivo o per l’altro, prima o poi, si è ritrovato di fronte alla figura di Alan Turing (che, per chi non lo sapesse, è colui che ha dato forma fisica al concetto di algoritmo, dando praticamente il via alle scienze informatiche), ma forse sono meno coloro che sanno in quale contesto la cosiddetta Macchina di Turing sia maturata e quali vicissitudini l’intelligentissimo Alan ha dovuto sopportare nel corso della sua vita.

La narrazione è divisa in tre grandi blocchi temporali che, alternandosi, ci informano su diversi aspetti della personalità e della vita del matematico inglese. Lo vediamo nel 1927, a quindici anni, mentre si barcamena tra un bullo e l’altro alla Sherborne School di Dorset, dove conoscerà il suo più caro amico Christopher (anch’egli abilissimo in matematica), che lo introdurrà al meraviglioso mondo della criptografia e lo segnerà indelebilmente (anche per motivi extra-matematici). Il secondo frammento copre invece il lasso di tempo tra il 1939, con la dichiarazione di guerra, e la fine del conflitto mondiale. Per Turing, ovviamente, la guerra non consiste in fucili ed elmetti, ma in una stanza piena di fogli incomprensibili condivisa con le maggiori menti del Regno Unito di allora, tra cui il due volte campione di scacchi Hugh Alexander, i due linguisti Furman e Richards e altri matematici o seriali risolutori di rebus. All’interno di questa stanza, alle dipendenze della neonata Agenzia di Spionaggio MI6, la squadra dovrà tentare di decifrare il codice di Enigma, il complesso sistema nazista per criptare le comunicazioni dell’esercito del Führer.

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L’ultimo capitolo è riferito invece al invece al 1952, quando la Corona deciderà di arrestare Turing per il reato di omosessualità (sì, è stato un reato fino al 1967, nella vostra cara e “civile” Inghilterra) portando, due anni dopo, il nostro Alan al suicidio.
[non mi rompete le palle: questo non è spoiler, è Storia]

Come dicevo, il film è pessimo sotto diversi aspetti, e questi aspetti riguardano (quasi) tutti lo script, che sembra il compito in classe di un mediocre corso di sceneggiatura, compilato da un primo della classe senza idee: tutte le strutture e le furbizie del mestiere sono applicate scolasticamente una dietro l’altra, senza che ci sia un minimo di originalità o senza che si intraveda una sequenza degna di nota -a parte (forse e solo in parte) il dialogo dell’interrogatorio da cui è tratto il titolo del film. Insopportabili e scontate, tanto per fare un esempio, le dinamiche di gruppo che si formano all’interno della squadra, che inizialmente rifiuta Alan (anche perché è un arrogante di prima categoria) per poi concludere con il più classico dei «se manda via lui dovrà mandar via anche me» pronunciato da quello che inizialmente era il suo più grande rivale, e seguito a ruota dagli altri tre pecoroni (che dichiarano in serie: «anche me», «anche me» e «anche me»).

Malissimo Keira Knightley. Interpreta l’amante-amica-collaboratrice di Alan, rendendosi partecipe di una delle scene più ridicole del film per scontatezza (quella dell’esame) e mai credibile nei panni della ragazza anni ’40, anche per colpa del trucco e parrucco. La povera Keira in realtà ci prova, ma l’unica scena in cui dovrebbe sembrare un’attrice (quando lui prova a lasciarla) è troppo forzata e, a parte un bel movimento con il braccio che il montaggio ci fa astutamente notare, l’impressione è che la scena avrebbe avuto bisogno di numerosi altri ciak per funzionare.

Benedict Cumberbatch invece non è malvagio e riesce a rendere piuttosto bene la separazione tra Alan e la realtà, ma la scena finale in cui piange e si dispera (lì molto bravo) non basta certo a giustificare il richiamo all’Oscar del New York Post (anche se la nomination la prenderà di sicuro e a quel punto può davvero succedere di tutto).

Film-pacco per eccellenza, sono certo che troverà il modo di farmi perdere la pazienza per qualche ragione in sede di Oscar, perché a Hollywood queste boiate piacciono da matti, ci lavorano da parecchio e vogliono attaccare il cappello sul rilancio del povero Alan. Ai Golden Globe si è già preso cinque nomination (cinque!), tra cui miglior attrice non protagonista, miglior sceneggiatura e miglior film. Siamo veramente alla follia.

Giancarlo Mazzetti (@GCMazzetti)

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