The Young Pope, Paolo Sorrentino (recensione in anteprima)

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7

Buone notizie: il giovane Papa reazionario, umbratile e tabagista sembra destinato a regalarci dei bei momenti, e altrettanto può dirsi della copiosa fauna di segretari, responsabili marketing e lacchè a Lui sottoposti. Vero, in Sala Darsena non si è visto troppo entusiasmo, ma a parte l’orrido canguro il nostro regista più quotato è parso in pieno recupero. Jude Law e Silvio Orlando mattatori.

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Dopo il passo falso di Youth e l’improvvisa proliferazione di haters, emersi dopo ventennale isolamento per chiedere – il sogno di una vita! – la testa di Sorrentino, auspicai una pronta rivincita per colui che, ci piaccia o no, è il vero maschio alfa del nostro Cinema. Rivincita puntualmente arrivata con questo travolgente e pazzerello The Young Pope, che curiosamente non ci racconta l’infanzia – epifania – apprendistato di un Pontefice realmente esistito ma il presente di uno fasullo, Lenny Belardo / Pio XIII, che di anni ne ha effettivamente quarantasette. Poco importa che in Sala Darsena non tirasse aria di trionfo – più che altro di broccoli, ma questa è un’altra storia fatta di incuria e condizioni atmosferiche avverse: il nostro Paolo è in forma straordinaria. La sensazione è che alcuni fossero più disorientati che delusi, ma ci arriveremo in un secondo momento.

E insomma, che tipo questo Belardo: il nuovo Papa fuma ma non lascia fumare gli altri, angoscia la servitù con richieste impossibili e repentine mortificazioni, predica moderazione ma accumula ricchezze con puerile cupidigia. Last but not least, rivoluziona le gerarchie portandosi da casa la fedelissima Sister Mary (che comunque tratta maluccio), facendo capire al Segretario di Stato che la sua fama di moderato e malleabile, costruita durante un cursus honorum compiuto a testa bassa e all’ombra di un cardinale più quotato, altro non è che il classico scherzone.

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Ma dove vuole andare a parare il capriccioso Pio? Proprio non si capisce, potrebbe trattarsi di un convinto controriformatore come di un T-1000 inviato per distruggere la Chiesa dall’interno. Dopo queste prime due ore scarse, e soprattutto dopo l’Omelia, haters e non erano visibilmente preoccupati per la mancanza di appigli. Si teme insomma l’effetto Lost, con sei stagioni di fumo negli occhi per arrivare alla conclusione che era tutto un sogno. Eppure non parliamo di divinità ancestrali che si disputano medici alcolisti e messicani in sovrappeso, né di orsi polari che sguazzano su spiagge caraibiche senza versare una goccia di sudore: c’è un uomo reale a Roma, in centro, e abbiamo qualche settimana per capire cosa gli passa per la testa. Tutto molto semplice. Per cui la prossima volta ricordiamoci di applaudire.

Già, perché a parte il viziaccio dell’animale in computer grafica scadente, cui Sorrentino ricorre ostinatamente quasi fosse una promessa fatta a un familiare in punto di morte, sembra davvero tutto in ordine: Jude Law è la naturale evoluzione del Dickie de Il talento di Mr Ripley, Diane Keaton sembra nata per essere Sister Mary e tutti i sottoposti di Belardo calzano alla perfezione, a partire da uno straordinario Silvio Orlando. Sulla questione Higuaín, scherzo crudele di un destino beffardo, possiamo tranquillamente soprassedere: difficilmente gli americani si accorgeranno della gaffe.

Graziano Biglia (@graziano_biglia)

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