Unbroken, Angelina Jolie (recensione in anteprima)

unbroken 2

L’ennesima storia vera di questi ultimi dodici mesi di cinema, racconta parte della vita di Louis Zamperini, un signore morto il 2 luglio 2014, all’età di novantasette anni. Statunitense di nascita, ma con genitori veronesi, da giovane Louis fu una promessa dell’atletica che riuscì ad arrivare con Jesse Owens alle Olimpiadi di Berlino del ’36 -quelle entrate nella Storia (anche) del Cinema per il documentario di Leni Riefenstahl. Dopo un’adolescenza quasi normale, la sua vita prende una svolta: diventa un soldato, fa un incidente in aereo, si perde nell’oceano, finisce in un campo di concentramento giapponese e molto altro. Purtroppo vi devo segnalare una sceneggiatura inesistente (siamo sicuri che l’adattamento sia davvero dei Coen?) e una regia che ci prova e ha qualche seme di bella idea, ma è troppo piatta per riuscire a trasmettere qualcosa.

Torrance (California), anni Trenta. Louis Zamperini è un ragazzo difficile, ma corre come il vento che soffia, tanto che suo fratello lo convince a incanalare le sue forze nell’atletica, invece di sprecarle facendo risse nei bar. If you can take it, you can make it, gli dice continuamente, e alla fine Louis diventerà recordman interscolastico nazionale nei mille metri, facendo mangiar polvere a tutti i suoi coetanei e finendo addirittura a correre in Germania, alle Olimpiadi di Hitler. Il ragazzo è giovane e in prospettiva, quattro anni più tardi, potrebbe davvero sbancare ai prossimi giochi Olimpici di Tokyo. L’anno previsto per la manifestazione, però, è il 1940 e, come potete immaginare (o come sapete), la Guerra Sino-Giapponese (prima) e la Seconda Guerra Mondiale (poi), faranno slittare, spostare e, infine, annullare del tutto l’evento.

Poco male per il nostro Louis, perché il ragazzo ha le spalle larghe (e Jack O’Connell è anche un bel figo) e non esita un istante ad arruolarsi nella Army Air Corps come bombardiere. Un mestiere ingrato e pericoloso, ma che Zamperini svolge con abnegazione fino all’aprile del 1943, quando il suo Green Hornet  precipita nelle acque dell’Oceano Pacifico causando undici decessi. Louis e altri due soldati, bontà loro, sopravvivono, ma per cavarsela dovranno resistere per quarantasette giorni (uno dei tre morirà poco prima) dispersi nell’Oceano su un canotto giallo, schivando i bombardamenti giapponesi, combattendo con squali un po’ scortesi e invadenti e resistendo alla disidratazione e alla fame.

Verranno salvati (per modo di dire) da una nave della Marina giapponese, che li farà prigionieri di guerra e li trasferirà in campi di concentramento, lavoro forzato e generica prigionia fino alla fine della Guerra, cioè per due anni. Il film (per fortuna) finisce qui, anche se la vita di Louis Zamperini continuerebbe da uomo libero fino ai giorni nostri, tra incubi ricorrenti, disturbi post-traumatici da stress, alcolismo, ri-conversione al cristianesimo, anni di predicazione in giro per gli States e conclusivo viaggio in Giappone per incontrare e perdonare i suoi aguzzini.

unbroken 2

Storia ovviamente ai limiti della credibilità, che già nel 1957 era stata presa in considerazione per un film (lui sarebbe dovuto essere Tony Curtis, che però stava girando Spartacus con Kubrick, quindi il progetto saltò ancor prima di iniziare), in questo Unbroken viene raccontata concentrandosi molto, se non unicamente, sull’ostinazione alla speranza di Louis che, alla fine, ha vinto su tutto. E’ stato applicare quel If you can take it, you can make it a tutti gli aspetti e le difficoltà della vita a far sì che tutto venisse superato. Cattolicheggiante? Ottimista? Facilone? Certo che sì. Ma questo è solo uno dei problemi del film, e nemmeno il più grande.

La regia di Angelina Jolie (dalla quale, non so perché, ma mi aspettavo buone cose), è troppo poco coraggiosa e decisionista per essere efficace; le inquadrature sono moltissime, alcune anche interessanti, ma si ha l’impressione che la Jolie rinunci a trovare un punto di vista sulla vicenda e questo fa sì che tutto si appiattisca e si confonda, trascinandosi in un racconto che non varia mai il ritmo, che annoia e che non riesce a farci emozionare neanche di fronte a eventi che sono in sé sconvolgenti dal punto di vista umano.

C’è un che di già visto in ogni passaggio, in ogni fase del film. Dal viale alberato in cui Louis corre che è uguale a quello di Forrest Gump (spero tanto sia una citazione), alla battaglia degli aerei di Superfantozzi, alla zattera di Come è dura l’avventura (sì, quello con Lino Banfi); per non parlare, naturalmente, del campo di concentramento, con la scena identica a quella de La vita è bella (quando portano i pesi sulle scale) e la riproduzione in serie di tutti i film di genere e sul genere.

Come dicevo in apertura, la sceneggiatura dei Coen (che è l’adattamento del libro di Laura Hillenbrand) è inesistente. Non c’è. Non è mai stata scritta: niente di quello che succede avviene per un motivo, non esistono meccanismi di causa-effetto, non ci sono dialoghi che influenzino il proseguire della narrazione (o che per lo meno siano piacevoli da seguire). I personaggi sembrano delle comparse, quando non delle macchiette (vedi il signor Uccello, che sarà stato anche un bello stronzo per davvero, ma presentato così è davvero inaccettabile) e anche il povero O’Connell, che interpreta il protagonista, non è che sia proprio da Oscar, ecco.

Giancarlo Mazzetti (@GCMazzetti)

 

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Connect with Facebook

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>