Viva il PD, viva la scissione (forse).

Partito Democratico

Ha ragione Cacciari quando dice, vado parafrasandolo, che il Partito Democratico non è mai esistito. Quando il PD nacque nel 2007, la situazione politica italiana era ben diversa da quella di oggi: la legge elettorale vigente era il cosiddetto Porcellum, che come già il suo predecessore Mattarellum, forzava un sistema parlamentare basato costituzionalmente su logiche proporzionali verso esiti di natura maggioritaria, quando non bipartitica, all’interno dei quali era imperativo, per la sinistra (o centro-sinistra, se preferite) unirsi entro un unico soggetto politico a vocazione maggioritaria e governativa che fosse in grado di raggiungere cifre che potessero insidiare lo strapotere del Popolo delle Libertà (e di Forza Italia), coniugando due anime ben radicate nell’elettorato italiano, ovvero quella post-comunista (ormai praticamente socialdemocratica, dopo la “rivoluzione liberale” di Massimo D’Alema) e quella rimasta orfana della Sinistra Democristiana, che ha nel primissimo Fanfani e in Aldo Moro i suoi più celebri padri, e in Leoluca Orlando e Romano Prodi alcuni degli esponenti degli Anni ’90.

I punti d’incontro teorici tra queste due sensibilità politiche, nel 2007, erano ben maggiori rispetto a quelli che univano il PSI e la DC ai tempi del Centrosinistra degli Anni ’60: ai tempi Moro non credeva davvero nel riformismo strutturale del PSI, ma utilizzava soltanto quell’alleanza per “coprire” la DC da sinistra, emarginare i comunisti e allargare la rappresentanza del Governo (dividendone anche le responsabilità); ne pagarono le conseguenze i socialisti, che si auto-logorarono non riuscendo ad imprimere la svolta promessa con la nuova formula di Governo.

Di anni, però, ne erano passati, nel 2007: dopo il Compromesso Storico e i ruggenti Anni ’80, è caduto il Muro, è finito PSI, è collassata la DC e in quel luogo che va tra la sinistra del Centro e il centro-destra della Sinistra si erano create le condizioni per costruire qualcosa che non fosse basato solo sulla strategia politica, ma che potesse contare anche su principî comuni di fondo, quali il welfare delle opportunità (al posto di quello delle garanzie), l’uguaglianza come punto di partenza (e non d’arrivo), l’ormai irrinunciabile accettazione del Mercato quale campo d’azione, l’attenzione ad un bilancio compatibile, l’europeismo (e altro ancora). Ci sono voluti quindici anni perché, dopo l’annus horribilis (1992), tutto questo potesse convergere in un unico partito.

Ed ecco il PD, che alle prime Elezioni Nazionali (2008) si attestava intorno ad un abbondante 33%, troppo poco rispetto alle aspettative, ma un buon punto di partenza. Il Partito Democratico, perdonatemi l’estrema semplificazione, si basava sul seguente schema di principio: arriviamo da storie politiche diverse, abbiamo idee spesso molto diverse (pensiamo ad esempio ai temi etici in cui le posizioni di cattolici e laici sono spesso irriducibili), basiamo la nostra teoria politica su valori diversi, MA quello che condividiamo (vedi sopra) è talmente importante e profondo che dobbiamo lavorare insieme affinché possa essere realizzato, perché solo insieme ce la possiamo fare, superando le altre divergenze. Per tutto il resto (le divergenze) sarà il processo democratico (interno ed esterno al Partito) a stabilire quale direzione prendere di volta in volta.

Arriviamo all’oggi: forse ci si è illusi del fatto che “tutto il resto” potesse essere messo da parte; forse si è sopravvalutata la portata di quel ‘mondo condiviso’, senza considerare che in politica sono soprattutto le modalità attraverso cui si vuole raggiungere praticamente un obiettivo a contare, più che l’obiettivo stesso; o forse, ancora, non si è compreso che la democrazia è un valore di metodo, ma non un contenuto di per sé sufficiente a tenere unito un partito. Forse altre mille cose, il fatto è che siamo di fronte ad un bivio in cui il Partito Democratico deve decidere se continuare a essere un partito o meno. Cosa succederà?

Il mio punto di vista è che lo scenario, al momento, sia apertissimo, ma non del tutto imprevedibile. Sono certo che la decisione, quale che sarà, sarà legata a doppio filo con la questione della nuova (eventuale)Legge Elettorale: laddove si ritenesse impossibile che il Parlamento possa riuscire a modificare la legge attuale, o laddove la si modificasse senza discostarsi più di tanto da un proporzionalismo puro (pur con il premio a chi raggiunge il 40%), allora la scissione sarebbe molto probabile (e auspicabile); se, al contrario, dovesse in queste settimane farsi largo l’ipotesi di un sistema simil-maggioritario, allora il PD potrebbe rimanere unito. Allo stato attuale mi pare più probabile la prima, per il semplice fatto che non vedo soluzioni per un sistema elettorale di impronta maggioritaria (che non siano il Mattarellum o il Porcellum) senza una qualche forma di ballottaggio, del quale però, come sappiamo, è appena stata dichiarata l’incostituzionalità.

Il fatto è che il PD, allo stato attuale, non può raggiungere il 40% (e quindi il premio per ottenere la maggioranza assoluta). I sondaggi lo danno tra il 29% e il 32%, più o meno appaiato al M5S poco sopra il 28%, con la Lega di Salvini intorno al 13-14%, Forza Italia al 12%, Fratelli d’Italia tra il 4% e il 5%, Sinistra Italiana a poco meno del 4% e NCD al 3%. In uno scenario di questi tipo (con l’attuale Legge o simili), l’unico governo possibile sarebbe un’improbabile alleanza tra PD e M5S, o quella (forse ancor meno probabile) tra PD, Forza Italia e Lega. Anche le famose “larghe intese” (PD, Forza Italia e NCD) sarebbero fuori dal verosimile, a meno che il Partito Democratico non arrivi ad un inaspettato 35% abbondante e le altre due forze confermino la loro percentuale. Il risultato più probabile, tuttavia, sarebbe uno stallo alla spagnola.

A questo punto, laicamente e pragmaticamente, sarebbe molto meglio la scissione. Innanzitutto perché lascerebbe aperta una possibilità, ovvero che il PD1 (Renzi) e il PD2 (Emiliano, Speranza, Bersani, Rossi) facciano un cartello elettorale comune tra loro, insieme con la nuova federazione delle sinistre che sta cercando di mettere in piedi Pisapia, la quale potrebbe “rubare” degli elettori al M5S e pescare qua e là nell’enorme bacino del non-voto grazie all’apporto, magari, di qualche lista civica (e mettiamoci dentro, perché no, anche i Radicali). In questo caso la coalizione potrebbe sperare (difficile, ma possibile) di superare la fatidica soglia del 40%, prendere il premio di maggioranza e provare a governare. Tra l’altro, in questa eventualità, il peso delle forze (e quindi la direzione del governo) non sarebbe determinato dagli equilibri interni al PD (come è oggi), bensì dal valore reale su base elettorale delle singole formazioni, nella speranza ulteriore che con il premio di maggioranza il Governo non rimanga ostaggio dei partiti minori -vedi caso Bertinotti.

Nel caso in cui, invece, tale coalizione non arrivasse al 40% (supponiamo un facile 37-38%), si potrebbe cercare di superare lo stallo provando a scongelare i seggi pentastellati, operazione che è molto più probabile riescano a fare Emiliano e Pisapia da soli, piuttosto che Renzi con tutto il PD, arrivando finalmente a quella possibile (e almeno teorica) alternanza mai davvero realizzata nelle Storia delle Repubblica.

Le incognite restano a destra: il rapporto tra Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia (ma credo che Salvini vorrà giocare a stare fuori da giochi), il ruolo che avrà Stefano Parisi (che se dovesse riportare i moderati intorno al 20% cambierebbe tutto rendendo possibili le ‘larghe intese’), ma questi sono tutti fattori che, per il momento, restano fuori dal piatto, e che si capiranno solo con il tempo.

Tutte queste complicanze, porteranno inevitabilmente Gentiloni (o chi per lui) a fine Legislatura, o al più presto a settembre (ma è meglio far fare una finanziaria a un governo pre-dimissionario, o a un Parlamento che potrebbe non riuscire a formare maggioranze credibili?), perché i nodi da sciogliere sono davvero tanti.

Per quanto riguarda il Partito Democratico, la situazione è particolarmente spinosa. E’ verissimo, come dice Bersani, che “la scissione è già avvenuta” all’interno dell’elettorato, ma è altrettanto vero che le scissioni (o le fusioni) si fanno per ben altri motivi. Il problema del PD, per ora resta quello del Congresso, perché è evidente che Renzi lo vorrebbe fare al più presto, prima delle Amministrative, passaggio elettorale che teme di perdere e che lo metterebbe ulteriormente in discussione; ma è altrettanto vero che per preparare un Congresso che verta sui contenuti c’è bisogno di molto più tempo, sia per formulare le alternative, sia per approfondire il dibattito, sia per dare aria e spazio (anche mediatico) alle varie possibili alternative all’attuale Segretario.

Il punto è proprio questo: il PD ha bisogno di un Congresso di contenuti? Io credo di sì. Quando nel 1976 Craxi arrivò alla segreteria del PSI, proprio come oggi, la situazione era di una triplice crisi: quella economica che riguardava il l’Italia e l’Europa intera, quella politico-istituzionale che riguardava l’immobilismo e il consociativismo tipicamente italiani, e quella del suo partito. Si può dire di tutto di Craxi, ma non che non sia stato abile nel comprendere quanto, in quel momento, il PSI avesse bisogno di forze nuove, di contenuti nuovi, di una sorta di rifondazione ideologica, di nuove lenti con cui guardare il mondo. E lo fece quel passaggio, avvalendosi degli intellettuali del tempo (i cosiddetti ‘chierici’) e riuscendo nell’impresa.

Di questo avrebbe bisogno il PD, e solo con un Congresso epocale è possibile questa svolta. Che poi la svolta avvenga sotto la segreteria di Renzi, di Emiliano, di Rossi, di Speranza o di qualcun altro non ha importanza, quella sarà una conseguenza dirette delle idee presentate e della presa che avranno sul Congresso.

E’ solo in questo modo che il PD può sopravvivere, perché è solo in questo modo che può sperare di raggiungere il 40% o, più pragmaticamente, di lavorare unito -adesso che è in maggioranza, con qualche aiutino- per una legge elettorale che possa portarlo al governo nella prossima Legislatura (o portarci un altro partito, se farà meglio alle elezioni). Ma se questo non è possibile, allora tanto vale la scissione subito, perché nessuna delle altre forze politiche ha interesse a uscire dal sistema proporzionale puro (se non forse Forza Italia, ma solo in prospettiva e per questioni ideologiche, quindi non si dannerà).

Giancarlo Mazzetti

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Connect with Facebook

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>